Palco e non solo… Labirinto d’amore un Orlando furioso itinerante ad Ariccia

Palco e non solo… buongiorno a tutti con la mia nuova rubrica che in questa calda estate ho deciso di inaugurare. Una nuova rubrica dedicata al teatro e allo spettacolo in genere, per cui palco e non solo… e in merito al palcoscenico ho scovato uno spettacolo che possiamo annoverare nel settore teatrale ma al contrario del teatro tradizionale questo Labirinto d’amore porterà un classico come l’Orlando furioso in uno spettacolo itinerante nello splendido Parco Chigi di Ariccia.

Varcata la soglia del Parco, vi perderete in un labirinto magico dove tutto può accadere: duelli, incantesimi, tradimenti e gesta eroiche in nome del sentimento più travolgente: l’amore! Divertimento e follia in un’atmosfera da sogno! da non perdere, ed ecco tutti i riferimenti…

Labirinto d’amore – Orlando Furioso nel Parco Chigi di Ariccia, spettacolo itinerante, regia di Giacomo Zito

ore 19.30. 12, 13, 14, 15, 18, 19, 25 e 26 agosto 2017

Estate Teatrale Ariccina nella dimora barocca firmata da Bernini, Parco Chigi
Ariccia, 12 agosto – 26 agosto 2017
Parco Chigi in Ariccia, ingresso Via dell’Uccelliera, Ariccia (Roma)
Fantastiche Visioni 2017 – IX Edizione
12, 13, 14, 15, 18, 19, 25 e 26 agosto 2017 ore 19.30 – Parco Chigi
LABIRINTO D’AMORE – Orlando Furioso nel Parco Chigi di Ariccia
spettacolo itinerante
regia di Giacomo Zito

The artist di Michel Hazanavicius, quando un silent movie, black & white diventa una dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte

THE ARTIST è una dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte. Il lungometraggio è diretto dal francese Michael Hazanavicius< (purtroppo poco conosciuto nel nostro paese) che ha saputo miscelare sapientemente il genere romantico e la commedia, con una buona componente di dramma. In bianco e nero e senza parole (infatti si tratta di un silent movie) la pellicola è stata una sfida che il regista ha vinto, dimostrando che anche il silenzio ha la sua eleganza e può comunicare emozioni con la maiuscola.

The artist di Michel Hazanavicius ha vinto su tutti i fronti, il film ha ottenuto ben 5 Premi Oscar, 3 Golden Globe, 7 BAFTA e 6 César (senza contare le numerose nomination che ha annoverato). Tutti premi pienamente meritati sia per la pellicola che per il sapiente lavoro del regista e degli attori.
The artist vanta, come tutte le storie ben riuscite non solo nel cinema, una trama solida e, incredibilmente, semplice. Siamo nel 1927, periodo in cui il cinema muto sta per tramontare, i primi sintomi infatti erano arrivati con l’apparizione nel 1926 di Don Juan – Don Giovanni e Lucrezia Borgia di Alan Crosland, primo film sonoro ma non parlato (le immagini erano accompagnate solamente dalla musica, non con il classico metodo dell’orchestra in buca in auge fino a quel momento, ma con l’utilizzo del Vitaphone), sintomi intensificati dall’arrivo, a sei mesi di distanza, di The Jazz Singer sempre di Alan Crosland, il primo vero film sonoro/parlato al quale convenzionalmente si associa il tramonto definitivo del cinema muto.
In verità anche dopo l’avvento e la predominanza del sonoro (elemento quasi indispensabile per la buona riuscita di una pellicola, soprattutto come si dice una pellicola di cassetta) qualche altro esperimento di silent movie è stato fatto, vedi Le vacanze di Monsieur Hulot di Jacques Tati del 1953 o L’ultima follia di Mel Brooks di Mel Brooks del 1976.
The artist racconta di un uomo, della sua discesa e di un mondo (quello del cinema) che si trasforma rapidamente lasciando indietro ciò che è stato (attori, film, sogni) per dare spazio al nuovo (i giovani attori, il film sonoro, le esigenze del pubblico). Ma racconta anche di un amore (quello di una donna per un uomo, quello di un uomo per il cinema).
Da una parte c’è George Valentin (nome chiaramente ispirato al grande Rodolfo Valentino), interpretato da un ottimo Jean Dujardin (già complice di Hazanavicius in OSS 117 e Premio Oscar come miglior attore protagonista proprio per The artist), un attore, egoista, narcisista, quotato e richiesto, un divo insomma, che ha costruito il suo successo proprio con il cinema muto e che, dall’alto della sua presunzione, rifiuta l’avvento del sonoro. Dall’altra parte della storia c’è la bella e giovane Peppy Miller, interpretata dalla brava Bérénice Bejo, aspirante attrice, generosa, dolce e innamorata del mito George Valentin, al quale riesce a strappare un bacio facendosi fotografare e ottenendo un inaspettato palcoscenico grazie al piccolo scandalo. La bella Peppy riuscirà ad avere una parte come comparsa proprio in un film interpretato da George Valentin, che si percepisce non totalmente insensibile al suo fascino (anche se sposato).
Poi c’è Uggie, il cagnolino, fedele compagno (nella vita e sullo schermo) di George che non lo abbandonerà mai, lo amerà anche dopo la sua scivolata all’inferno (gli salverà perfino la vita) e forse unico elemento che rende il personaggio di George Valentin più umano e meno fastidioso di quanto potrebbe essere. Personaggio apparentemente di contorno ma di primaria importanza, il cagnolino Uggie attraversa tutta la pellicola, trait d’union che riesce a tenere uniti tutti i pezzi delle vite dei personaggi, rimanendo sempre se stesso e un solido supporto per George.
Nella sua missione di fedele angelo custode il cagnolino viene accompagnato da Clifton (interpretato dal grande James Cromwell, figlio adottivo del regista John Cromwell), autista, amico, in parte segretario dell’attore (vedi la scena in cui è Clifton ad autografare le fotografie di George per il pubblico), presenza che avrà una valenza altrettanto importante nella vita dell’attore, prima e dopo la sua discesa.
Tutto ruota intorno al declino (dovuto anche allo stupido orgoglio del protagonista) professionale e di conseguenza personale di un uomo e all’ascesa, la conquista del successo e del riconoscimento di una giovane donna (dovuta anche al piccolo neo che lo stesso George disegna, con una normale matita, sul viso di Peppy – piccolo particolare che l’avrebbe resa differente dalle altre aspiranti attrici – e che la ragazza continuerà a portare come segno distintivo della sua bellezza).
John Goodman, un professionista di spessore, non delude con la sua interpretazione di Al Zimmer, cinico agente cinematografico, votato al business ma, in fondo, umano e dal cuore tenero, tanto che dopo aver perso George scivolato nel suo patetico oblio, si prende cura della carriera di Peppy e, quando lei lo chiede, è pronto a dare una seconda chance all’uomo.
The artist è una storia delicata, racconta un amore platonico che scivola negli anni accompagnando i protagonisti, un film che Hazanavicius (forte della sua capacità di essere un regista vero e professionale) ha sapientemente costruito, dove emergono le contaminazioni del cinema muto classico, a partire da Murnau (uno dei grandi maestri del Kammerspiel e che ha rappresentato il collegamento tra l’Espressionismo e il Kammerspiel stesso nel cinema) fino a Borzage.
Splendidi tasselli di un puzzle cuciti insieme dalla pazienza (sicuramente certosina) di un professionista preciso e attento ai particolari, con un filo che corre lungo la pellicola composto da musiche, intelligentemente dosate e inserite per unire i blocchi di scene (musiche create, su stessa ammissione del regista, ispirandosi ai classici autori di colonne sonore, dell’epoca e non, come WaxmannHermann e Steiner). Musiche evocative e intense che contaminano lo spettatore toccando le emozioni più profonde.
Guillaume Schiffman, che si è occupato della fotografia, in The artist ha saputo sfruttare con sapienza il bianco e nero, giocando sulle sfumature per accentuare o smorzare le emozioni e i passaggi interiori dei protagonisti. Il soggetto, sempre di Hazanavicius, ha intessuto una trama e costruito una storia densa di intimismo e pregna di significati e simbolismi (vedi ad esempio le scale che appaiono in buona parte delle scene e per le quali il protagonista maschile scende sempre, a simboleggiare il suo declino e la protagonista femminile sale sempre, a simboleggiare la sua ascesa).
Una piccola nota: The artist non è completamente muto come sembrerebbe (a parte la colonna sonora ovviamente), ma contiene una delle più belle scene, a mio parere, del cinema contemporaneo, dove il sonoro la fa da padrone. Il sogno che il protagonista fa a seguito del suo rifiuto, che esterna anche violentemente, di recitare in un film sonoro (si odono i rumori più comuni, dal rumore del bicchiere appoggiato sul piano dello specchio, al rumore addirittura ridondante delle suole delle sue scarpe che toccano il pavimento, fino alle risate di giovani donne che si muovono all’esterno dello studio, di contro lui urla ma dalle sue labbra non esce alcun suono, ad amplificare la sua incapacità di comunicare e di essere compreso).

Ci sarebbero numerose altre scene in questo bel lungometraggio che meriterebbero una nota a parte, ma sostituirò ulteriori descrizioni con un semplice consiglio, quello di vedere il film (a chi non lo avesse già fatto) e magari cominciare a dare un’occhiata anche a quella filmografia che ha costruito il grande cinema (silent movie e non).
Insomma The artist è destinato a rimanere un piccolo gioiello nella storia della filmografia, vuoi per il coraggio della sfida che ha accettato (un film muto, in bianco e nero nel terzo millennio), vuoi per la bontà del prodotto che non delude il pubblico di massa come non può assolutamente deludere quello di appassionati. Il cast tecnico è decisamente all’altezza delle aspettative, come lo sono gli attori (oltre ai principali protagonisti il film contiene anche un ruolo cameo di Malcolm McDowell, prolifico attore britannico che ha legato la sua carriera al ruolo, offertogli da Stanley Kybrick, di Alex DeLarge protagonista di Arancia Meccanica).
Il film è ritmato e appassionante e contiene tutti gli elementi per rimanere imperituro. Ultima nota sul finale di The artist, poco verosimile ma molto gratificante per il pubblico.

L’approfondimento. La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, quando una pellicola diventa un trattamento…

Per la rubrica L’approfondimento anche oggi dedico questo spazio all’analisi di quel fenomeno che porta un libro a diventare pellicola. Romanzi che sono stati trasformati in films o, come nel caso di oggi, un trattamento che si è trasformato in pellicola. O per meglio dire una pellicola che si è trasformata in libro. Perché nel caso di La migliore offerta di Giuseppe Tornatore il percorso è stato inverso. Da un film ne è stato tratto un brevissimo libro, pubblicato da Sellerio. Ma non un romanzo, un breve libro che in sintesi non è altro che la pubblicazione di quello che tecnicamente viene definito un trattamento (nel cinema una sorta di stesura di poche decine di cartelle che amplia le scene e la struttura dei personaggi dopo il soggetto e prima della sceneggiatura vera e propria). Dove si può leggere a grandi linee la storia che viene raccontata nel film oltre a una prefazione, che è la parte più interessante del libro, in cui viene raccontato quando e come sono nati i due personaggi principali (nati in momenti differenti e sviluppati in due dimensioni diametralmente opposte della fantasia dell’autore) e quali meccanismi hanno portato alla loro unione. Una genesi molto lunga, a quanto sembra, quella di questo film capolavoro, resa difficoltosa dalla complessità delle due personalità apparentemente incompatibili ma che ha trovato il suo naturale sbocco in una trama nata spontaneamente.
La cosa che colpisce di più nelle parole di Tornatore è che il trattamento, solitamente steso a seguito di una possibilità di produzione, in questo caso è stato comunque scritto dal regista senza una vera possibilità di realizzare il film all’orizzonte. Quando si dice che una cosa deve comunque avvenire!
Il libro veramente minuscolo, direi quasi un abbozzo di trama, è in netta contrapposizione con l’intensità del film. E proprio del film vorrei parlare oggi. Perché anche il cinema è cultura.
Il sessantenne Virgil Oldman è un battitore d’aste rinomato e riconosciuto a livello internazionale, con un talento insuperabile nell’ottenere sempre la migliore offerta. Conduce una vita solitaria durante la quale nessuno ha mai avuto occasione di vederlo accanto a una donna.
Riservato, laconico, ama il lusso e le cose belle (soprattutto i capolavori dell’arte) ed è infarcito di paranoie tanto che non tocca nulla (nemmeno le persone) se non indossa un paio di guanti di cui è collezionista. Come è collezionista di ritratti di donna di altissimo valore artistico, ne possiede un numero talmente elevato da aver realizzato addirittura un caveau sotto la sua splendida e lussuosa casa, dove li conserva, prendendosi di tanto in tanto la gioia di sedersi ad ammirarli.
Un giorno riceve da Claire Ibbetson, giovanissima erede di una ricca famiglia, un incarico telefonico. La donna vorrebbe mettere in vendita il patrimonio della famiglia ormai scomparsa ma chiede esplicitamente che ad occuparsi della faccenda sia Virgil Oldman in persona.
Comincia così la storia di un uomo che si ritroverà a modificare un’esistenza ormai consolidata e nella quale trova la sua sicurezza più profonda, giorno dopo giorno per inseguire una voce (perché Claire Ibbetson, per un motivo o per l’altro, continua a negare la sua presenza e a comunicare con l’uomo solo attraverso un telefono prima e una porta chiusa poi).
La suadente voce della ragazza tesserà una trama che avvolgerà lo scontroso e solitario Virgil, facendo leva sulle sue debolezze e sul suo forse un po’ antiquato senso di protezione e di galanteria. Lei dichiara di non uscire dalla casa da ben quindici anni perché affetta da agorafobia (la paura degli spazi aperti e affollati), di vivere una vita solitaria quanto quella di Virgil ma non per scelta come è accaduto a lui. E lentamente il burbero battitore d’aste si ritrova a provare preoccupazione per una perfetta sconosciuta che lo porta a modificare fin nel profondo regole di vita che per Virgil erano granitiche. Abbandonerà l’utilizzo dei guanti, smetterà di tingersi i capelli e permetterà alla sua parte più umana e profonda di affiorare rendendolo vulnerabile e alla mercé della vita che ha sempre cercato di scansare.
Durante i numerosi sopralluoghi per catalogare i beni della famiglia Ibbetson, Virgil Oldman incontrerà anche un mistero ritrovando parti di un meccanismo che sembra essere di produzione molto antica. E seguendo questi due filoni, la storia sentimentale e il mistero, la trama del film si snoda rivelando un nuovo volto del noto regista Giuseppe Tornatore, diventato famoso soprattutto per il successo di Nuovo Cinema Paradiso, film che gli ha valso un Oscar, un BAFTA ed è considerato il suo capolavoro.
La migliore offerta è un film fruibile anche dal vasto pubblico ma interessante per un occhio più attento ai dettagli e sensibile alle trasformazioni artistiche che inevitabilmente colpiscono i grandi artisti (tra cui anche i registi). Un Tornatore differente e maturo che ha dato prova delle sue doti (ancora una volta) di regista e sceneggiatore, scrollandosi di dosso una sicilianità che sembrava ormai imposta.
La migliore offerta si basa su un meccanismo narrativo sfruttato ma sempre funzionante, il celarsi per far crescere l’interesse nell’altra persona, lo sfuggire al contatto, fino allo svelarsi, al momento giusto, quando l’altra parte è ormai pronta per accogliere e ha abbandonato ogni difesa. Il gioco della seduzione, insomma, il mistero che da sempre avvolge i rapporti sentimentali, il mistero che, in questa pellicola, si sovrappone all’altro mistero: cosa sono e a cosa servono le parti del meccanismo trovato nella villa degli Ibbetson?

La migliore offerta è un gioco a incastro, i pezzi che si ritrova tra le mani Virgil si incastrano uno dopo l’altro, uno nell’altro, costringendo però la sua anima a diventare vittima di sentimenti e passioni umane. I due misteri si sovrappongono ma entrambi verranno svelati aprendo gli occhi al misantropo Virgil Oldman che scoprirà la vita reale, quella che ha sempre voluto ignorare rifugiandosi nella sua passione per l’arte.
Un passaggio di formazione per diventare adulti, in sintesi, purtroppo però, quello per diventare adulti, quando si hanno superato i sessant’anni, potrebbe essere un passaggio molto doloroso.
L’ambientazione geografica de La migliore offerta è stata volutamente lasciata in sospeso (le riprese del film hanno avuto luogo a Trieste, Roma, Milano, Fidenza e alcune scene a Praga e Vienna, anche se la produzione è inglese e il film originale è stato girato in lingua inglese), a parte i nomi di richiamo anglosassone infatti non viene mai citato il luogo dove si svolgono i fatti, ad eccezione del ristorante a Praga che dichiara Claire unico luogo dove potrebbe recarsi nonostante la sua fobia. Mentre per la residenza che nella pellicola era dalla famiglia Ibbetson è stata utilizzata la villa Colloredo Mels Mainardi, situata a Gorizzo di Camino al Tagliamento in provincia di Udine. Il bar antistante, che per le riprese è stato allestito in una casa disabitata e smantellato alla fine del film, si trova invece nella città di Trieste. Con la tecnica del bluescreen (o Chroma Key, tecnica di elaborazione video che permette di bucare un determinato colore per sostituirlo con altra immagine) è stato possibile dare l’impressione che la villa e la parte esterna del cancello fossero realmente nello stesso luogo.
Una fotografia elegante che evoca in alcuni passaggi la drammaticità della trama è stata accompagnata dalle musiche del grande Ennio Morricone ed entrambe hanno contribuito anche a sottolineare i silenzi che, in alternativa ai dialoghi a volte minimalisti, spesso sottolineano la solitudine interiore dei personaggi.
Gli attori si sono dimostrati all’altezza dei ruoli impegnativi che hanno dovuto ricoprire, sopra a tutti la convincente interpretazione dell’australiano Geoffrey Rush (Virgil Oldman) dotato anche del physique du rôle adatto al ruolo di intellettuale e di misantropo solitario. Di formazione teatrale può vantare una carriera densa di successo e riconoscimenti, tra cui un Oscar e diverse nomination anche per il Golden Globe e il BAFTA Awards.
Accanto a Geoffrey Rush recita la modella e attrice olandese Sylvia Hoeks (Sylvia Gertrudis Martyna Hoeks) che per La migliore offerta ha ricevuto un riconoscimento internazionale e che, nonostante la giovane età, vanta già un discreto curriculum cinematografico di rilievo (anche televisivo). La Hoeks si è dimostrata all’altezza della parte trasmettendo al pubblico l’altalenante umore che contraddistingue le persone affette da fobie come quella della protagonista, alternando momenti di stizza e rabbia a momenti di terrore puro.
Altra figura chiave nella pellicola e nella vita di Virgil Oldman è Robert, giovane e disincantato amico del protagonista, geniale e di gran successo con il gentil sesso non lesina consigli all’attempato gentiluomo contribuendo a nutrire il sentimento che lui prova per Claire. Il ruolo è stato affidato all’attore britannico Jim Sturgess che rende perfettamente la parte del genio restauratore di marchingegni meccanici e che ha a cuore il buon esito del corteggiamento che Virgil Oldman dedica a Claire. Nonostante la giovane età Jim Sturgess ha iniziato la sua carriera di attore molto presto e ha proseguito quasi per caso alternandola alla sua attività di musicista per passione, dote che nel 2005 gli ha permesso di essere notato da Hollywood. Da quel momento ha cominciato a recitare anche accanto ad attori del calibro di Ray Liotta, Harrison Ford e attrici come Nathalie Portman e Scarlett Johansson.
Ottima, come sempre, l’interpretazione di Donald Sutherland, mostro sacro della recitazione, che in questa pellicola ricopre il ruolo di un pittore stroncato dalla spietatezza di Virgil Oldman che inspiegabilmente, anche se una spiegazione in fondo esiste, resta al fianco del battitore diventando addirittura il suo complice nelle truffe per aggiudicarsi i pezzi più interessanti a prezzi da migliore offerta durante le aste.
Il film, in ultima analisi, merita di essere visto soprattutto per chi vuole accostarsi a un Tornatore che mostra un volto nuovo. Coinvolge emotivamente soprattutto quel tipo di pubblico che ama le storie umane e intime, la costruzione della trama è vincente e si ha l’impressione di respirare il mondo dell’arte di alto livello.
Non da ultimo bisogna segnalare l’atmosfera elegante e la scelta del regista di anteporre il mondo di Virgil Oldman rarefatto e immobile nel suo lusso statico e freddo alla vita caotica (almeno all’apparenza) del giovane Robert che lavora in una bottega piena di aggeggi e ingranaggi meccanici. L’antico, che non vuole abbandonare il passato, si confronta con il nuovo che corre verso il futuro.
Un film dove i veri protagonisti sono gli ingranaggi, sia materiali che metaforici. Ingranaggi che costruiscono l’automa di cui Virgil Oldman trova i pezzi e che porta la firma di Jacques de Vaucanson (un celebre inventore francese del XVIII secolo), ingranaggi che si incastrano per smontare e rimontare l’anima del protagonista per potersi adattare alla nuova visione della vita e dell’amore (fino a quel momento ignorato dallo stesso), ingranaggi che fanno da sfondo all’ultima scena del film, quando Oldman si ritrova a Praga, nel più volte citato ristorante, seduto a un tavolo in compagnia della sua solitudine, profondamente cambiato dall’inizio del film e in attesa. Un’attesa che forse durerà per il resto dei suoi giorni.
E dopo aver letto questa analisi sono certa che i lettori concorderanno con me sul fatto che da un film di questo livello si sarebbe potuto realizzare un libro altrettanto corposo, articolato, denso e intenso. Peccato che il volume sia solo una sorta di canovaccio perché questa pellicola poteva diventare una trama decisamente interessante.

Intervista alla blogger Foschia75 di Sognando tra le Righe… quando l’amore per i libri diventa condivisione e confronto

Bentornati a tutti quanti nel mio Salotto. E oggi siamo qui per accogliere non una scrittrice ma una collega blogger. Una delle admin del blog letterario Sognando tra le Righe, nonché amica con cui spesso mi faccio chiacchierate fiume via chat in merito a ciò che entrambe amiamo di più: i libri. Sto parlando di Foschia75. Che ama il libri, parla di libri, scrive di libri e io credo sogni anche con i libri. Insomma vive immersa in questo meraviglioso universo di amici di carta. Da cui penso che ogni tanto spunti per vedere che succede nel mondo perché Foschia75 non è solo una blogger, ma anche una mamma e per giunta una mamma lavoratrice. Per cui come si dice: tanto di cappello per la sua vita impegnata dove comunque trova il tempo di condividere la sua passione con i lettori.
Ma bando alle ciance io direi di partire subito a spron battuto con la nostra intervista. Perché sono certa che tutti siamo curiosi di conoscere qualcosa di più su Foschia75 e sul suo blog Sognando tra le Righe.

Come prima cosa un ringraziamento a Foschia75 per aver accettato il mio invito ed essere qui nel mio salotto. Abbiamo il tè e i pasticcini e direi che possiamo cominciare subito con una domanda di rito. Domanda secca. Di blog letterari ce ne sono in rete parecchi, tutti differenti tra loro ma tutti accomunati dalla passione e dalla voglia di parlare di libri. Cosa ti ha portato a decidere di dedicare tempo ed energie per la realizzazione e la cura di un blog letterario? avresti potuto scegliere altre strade, che so fondare un club del libro oppure organizzare incontri per confrontarsi sull’argomento. Perché decidere proprio di mettere per iscritto e cercare di diffondere le tue opinioni in fatto di libri?
Se ti dico che non so cosa sia successo e cosa mi abbia spinto ad aprire il blog ci crederesti? Ho scelto il nome col cuore e ho pensato che avrei scritto senza impegno quando ne avessi avuto il tempo e l’ispirazione. Credo che la scintilla sia stata la voglia di condividere e quindi trovare lettori affini, ma oggi mi rendo conto che Sognando tra le Righe è nato per caso, crescendo per passione una volta raggiunta la consapevolezza.

Parliamo dei tuoi inizi. Raccontaci come è nato Sognando tra le Righe, quando e come avete deciso di crearlo?
All’inizio ho aperto il blog per gioco pensandolo come un diario personale dove lasciare nero su bianco le mie impressioni “acerbe” sui libri. I primi mesi è rimasto parecchio inattivo, poi l’incontro con due lettrici diventate care amiche ha sbloccato l’impasse. Sognando tra le Righe ha iniziato il suo vero percorso di condivisione nel Febbraio del 2012. L’incontro tra le admin del blog è avvenuto grazie ai romanzi di Stephanie Meyer e Lauren Kate, letture che ci hanno trovato tutte d’accordo, quello è stato il vero timido e impacciatissimo decollo.

Ed ora passiamo a una domanda tecnica. Come riesci a far incastrare anche i tuoi impegni personali con la gestione del blog?
La risposta è puntando la sveglia quando ancora il sole non è sorto. Prima che blogger sono mamma a tempo pieno e gestore di un B&B che per fortuna sta proprio sopra la mia testa permettendomi di salire e scendere all’occorrenza. La cosa più impegnativa è incastrare l’inizio della giornata con alcuni post a cadenza settimanale fissa. In questo caso imposto la sera prima e completo prima dell’alba. Solo una grande passione e valvola di sfogo può spingerti a incastrare tutto. Poi siamo umani e arriviamo fin dove possiamo.

E sempre in merito alla domanda precedente. In un blog letterario si parla di libri, si fanno recensioni, interviste, si cercano spunti e idee, ci si confronta e ci si mette in gioco. Si collabora per un fine comune e forse a volte si fatica a trovare le sinergie, cosa naturalissima quando le persone devono mandare avanti un’attività. Ma il blog letterario non è un’impresa nel vero senso della parola, o sbaglio? che cosa cerca un blogger esattamente dal suo pubblico? che tipo di riscontro ci si aspetta, visto che non si tratta di un’attività nel vero senso della parola (cioè non c’è ritorno economico), oltre alla gratificazione di potersi confrontare in merito a un argomento che si ama quale mission c’è alla base di tanto impegno?
L’hobby del blogger a livello come il nostro è una passione, un po’ come chi va a scalare, correre o cavalcare. Nel mio caso è il modo per conoscere lettori e scrittori con i quali sempre più spesso nascono bellissime e sincere amicizie. Una passione che ti arricchisce tantissimo e qualche volta ti delude e ti fa soffrire. Ma ti insegna anche a stare al mondo e avere rispetto del prossimo. Dai lettori mi aspetto confronto e riscontro, dal canto mio metto davanti il lettore allo scrittore quando scrivo una mia opinione su un romanzo.

Interviste, recensioni e tanto altro. Questo propone Sognando tra le Righe. È mai capitato che scrittori/trici non fossero soddisfatte delle opinioni espresse tra le vostre pagine? e se sì come hai gestito la situazione?
Raramente mi è capitata qualche situazione di contrasto pesante, di solito avviene un educato e rispettoso scambio di punti di vista sul blog e su Facebook. Una volta è capitato che abbia esposto il mio parere negativo (ma rispettoso) su un romanzo di una scrittrice che adoro e lei ha accettato le critiche, solo che poi è venuta a dire la sua una lettrice anonima che non era molto d’accordo sulla mia analisi. Mi sono divertita a raccogliere insulti.

Ti è mai capitato di avere un momento di crisi? magari dire a te stessa: non ne vale la pena, adesso mollo tutto. E se è capitato come ne sei uscita?
Momenti di crisi? Spessissimo, uno non più tardi di due settimane fa in cui avevo palesato alle mie “alter” la volontà di lasciare anche se non definitivamente (si sono arrabbiate moltissimo perchè noi siamo un organismo unico), perché mi sembrava di non avere più nulla da trasmettere. Poi come tutte le volte mi sono sbloccata. Però si, ho dei periodi in cui vengo assalita dall’insicurezza, dal timore di non essere più adatta.

Quanto incide l’opinione di un blogger sulla carriera di uno scrittore alle prime armi? quanto influenza il pubblico ciò che un blogger scrive in merito a un’opera?
Ciò che un blogger scrive può influenzare fino a un certo punto, il lettore ragiona con la sua testa, ma sceglie i blog con i quali entra in contatto per via dei gusti letterari simili, prende spunto e poi decide. Capita anche che il blogger scopra libri grazie ai suoi lettori, come è capitato più di una volta. Spero che il nostro “lavoro” serva ai lettori e in piccola parte agli scrittori self e non. Il blogger è un lettore che passaparola ad altri lettori creando una rete che secondo me funziona alla grande, prova ne sia il fatto che spesso le nostre lettrici tornano a ringraziarci e condividere sensazioni simili. Così se leggo e consiglio il romanzo di un autopubblicato semi sconosciuto, penso che sia un buon modo per farlo conoscere alla nostra cerchia di lettori affezionati che a loro volta lo consiglieranno agli amici.
Quindi si, penso che il passaparola “disinteressato” funzioni.

Secondo la tua opinione quali sono le strade da percorrere per accreditarsi come blogger letterario? si tratta di fortuna e momento giusto oppure c’è dietro un lungo e mirato lavoro? e sopratutto quanto tempo ci vuole?
Questa è una delle mie domande preferite. Sognando tra le Righe ha lavorato sodo per arrivare dove è arrivato, senza gomitate senza scorrettezze. I primi anni compravamo tutti i libri che leggevamo. Poi piano piano ci siamo guardate intorno, abbiamo partecipato a diverse edizioni della Fiera del Libro di Torino dove abbiamo cominciato a prendere contatti; abbiamo preso coraggio e cominciato a scrivere timide mail agli uffici stampa. E qui viene il bello perchè ci sono state CE che non ci hanno mai risposto e poi dopo due anni ci hanno contattato loro. Quindi è stato un iter non facile almeno per noi. Oggi ci siamo create il nostro spazio e la fiducia della maggior parte delle CE, ma dimostrando che qualcosa valiamo. Pensiamo fortemente che per guadagnare rispetto bisogna dimostrare serietà.

Immagino tu sia una lettrice anche al di fuori del dovere professionale, se così lo possiamo chiamare. Che tipo di lettrice sei? onnivora oppure prediligi un genere? formato: ebook? oppure cartaceo?
Assolutamente una lettrice onnivora che ama cambiare “dieta letteraria” molto spesso. Difficile che legga lo stesso genere per più di due libri di seguito. Il mio genere d’elezione rimane la narrativa per bambini e ragazzi. Il formato cartaceo rimane il mio preferito, ma chiaramente per il numero di libri che leggo sarebbe impossibile averli tutti in pagine e carta. Ormai cinque anni fa mi sono dotata di Kindle cercando di alternare, ma certamente carta vince!

Quando devi recensire preferisci restare quanto più possibile sullo stesso genere (magari di tua preferenza anche come lettrice)? oppure la scelta viene decisa in base a qualche tipo di ispirazione del momento?
Sento l’esigenza di cambiare continuamente genere e quando posso non leggo mai due libri consecutivi dello stesso, troverei difficoltà nel recensirli. Quando per esigenze devo leggere lo stesso genere per più di due libri, metto in mezzo qualche racconto o novella scelti da me, così da spezzare la “routine”.

Una domanda che è più una curiosità personale, ma forse anche dei miei lettori. Mentre lavori: sottofondo musicale sì o no? e se sì cosa ascolti?
Non ascolto musica quando scrivo, non ascolto musica quando leggo. Entrambe le cose mi risucchiano in una bolla e la musica mi distrarrebbe. La musica per me è irrinunciabile in macchina se sono da sola e a casa quando faccio la casalinga, mi carica le pile.

E, anche stavolta, siamo giunti alla conclusione. Il tè è finito, i pasticcini anche e io mi rattristo sempre quando devo salutare i miei ospiti perché mi rendo conto che avrei ancora un milione di domande da fare. Per cui se ti fa piacere ti invito già per un altro incontro qui nel mio salotto e un’altra bella chiacchierata.
E ora la domanda di rito. Progetti per il futuro?
Ti ringrazio è stato oltre che un onore, un grande piacere. Mi lusinga essere tra gli ospiti del tuo salotto che seguo appassionatamente. Tè e pasticcini molto buoni.
Programmi per il futuro? Intendi fra un’ora? Ho imparato che non è prudente fare programmi…
Spero di continuare a essere una blogger insieme alla mia magica squadra che non cambierei per nulla al mondo, sono quella che sono anche grazie a loro: Alessandra e Agostina.

Grazie a Foschia75 per aver accettato il mio invito e averci raccontato un po’ di te. E adesso siamo proprio giunti al termine.
E, prima di salutare anche voi lettori, colgo l’occasione per ricordare che per fare un giro sul blog dove Foschia75 scrive è sufficiente cliccare qui: Sognando tra le righe.

Da self publishing a Rizzoli Editore: Daisy Raisi e il suo romanzo Un amore di sorpresa, la realizzazione di un sogno

Bentornati di nuovo nel mio Salotto quest’oggi per accogliere una scrittrice che ha un po’ realizzato il sogno che coltivano tantissimi autori esordienti autopubblicati, quello di vedere uno dei suoi libri pubblicato in self entrare a far parte del catalogo di un grande editore. E non stiamo parlando di un editore qualunque ma di Rizzoli Editore che nella sua collana You Feel annovera anche il romanzo Un amore di sorpresa di Daisy Raisi, che oggi siede proprio sul mio divano. Per parlare del suo libro, della sua avventura con Rizzoli e sopratutto per parlarci di se stessa.
Ha cominciato a scrivere a soli otto anni, si dichiara una lettrice compulsiva, ha partecipato a numerosi concorsi e attualmente ha all’attivo, sotto nomi differenti, sei libri pubblicati in self publishing, una silloge poetica e molti inediti. Nel 2016 è entrata nella collana digitale You Feel per i tipi della Rizzoli Editore con il romanzo Un amore di sorpresa che aveva già pubblicato in self nel 2015.
Io sono ansiosa di scoprire qualcosa di più su questa autrice e, sono certa che lo sarà anche il mio pubblico. Per cui ancora qualche riga che dedico alla sinossi di Un amore di sorpresa e poi lascio la parola a Daisy Raisi.

Samuel, ex frontman di una band inglese di successo, e Caterina, editor e aspirante scrittrice italiana, hanno avuto un solo vero incontro prima che lui imboccasse la strada dell’autodistruzione, in seguito alla separazione dalla moglie. Travolto dai problemi personali, Samuel vede la sua carriera declinare e non ha più modo di rivedere Caterina, che nonostante la brevità dell’incontro non è mai riuscito a dimenticare. Lo stesso vale per Caterina che serba intatto il ricordo di quel breve intensissimo incontro. Otto anni dopo si ritrovano grazie a Internet, ma insidie, nemici e un passato maledetto rischiano di dividerli per sempre.

Come prima cosa ringrazio Daisy Raisi per aver accettato il mio invito nel mio Salotto. E ora comincerei subito con una domanda di rito. Quando e perché hai cominciato a scrivere?
All’età di otto anni, in una giornata piovosa di marzo, componendo una breve poesia. Il perché non saprei dirlo. Ho sempre amato leggere, però.

Il tuo romanzo Un amore di sorpresa nasce come autopubblicazione nel 2015 (con un altro tiolo, n.d.r.) e nel 2016 entra a far parte della scuderia Rizzoli. Raccontaci un po’ della tua emozione alla notizia e, sono certa che i lettori sono curiosi di sapere, come si è svolta la trasformazione da self publishing a Rizzoli You Feel?
Sapevo da tempo che la Rizzoli era in cerca di autori e autrici per la sua collana digitale You Feel. Non ero molto convinta, però, che il mio libro fosse adatto, ma poi su consiglio di un’autrice che l’aveva già letto, Luisa Mazzocchi, l’ho inviato e la risposta è stata subito positiva. La verità? Lì per lì ero incredula. A dire il vero, non ci ho creduto finché non l’ho visto on line. La gioia è stata enorme. La realizzazione di un sogno.

Al tuo attivo hai altri romanzi pubblicati in self. Secondo te per quale motivo proprio Un amore di sorpresa ha avuto questa sorte? quali elementi contiene per essere diventato il prescelto?
Prima di allora non avevo mai sottoposto nessuno dei miei self al giudizio di un editore.

Parliamo della tua scrittura. Come scrive Daisy Raisi? arriva l’idea e prende appunti poi traduce in trama? si organizza uno schema? oppure scrive di getto?
Scrivo di getto. Non prendo appunti. Non utilizzo scalette. La trama si crea e spesso si modifica da sola, nella mia testa.

E quando scrive Daisy Raisi? di giorno? di notte? nei ritagli di tempo? oppure si impone un tempo durante la giornata per la scrittura?
Quando ho tempo e, in genere, con costanza. Ogni giorno qualche pagina. La scrittura è gioia, ma anche esercizio, disciplina e, nella fase di revisione del testo, sacrificio.

Ti è mai capitato di avere un momento di crisi creativa oppure, come la definirei io, organizzativa durante la stesura di uno dei tuoi romanzi? ad esempio arrivare a un punto e dire: mi sono incartata, da qui non ne esco. Se sì come l’hai superata? e se ti è capitato, hai mai abbandonato la stesura di una trama? magari anche con l’intento di riprenderla forse in un futuro?
Se crisi c’è stata, non è durata più di qualche ora. Anzi, da qualche anno a questa parte, ho il problema opposto. Non riesco a smettere di scrivere.

Vista la tua esperienza da self publishing a publicazione con editore dai un consiglio agli aspiranti scrittori che hanno il famoso romanzo nel cassetto. Come provare a realizzare il proprio sogno di pubblicazione? e magari riuscire ad arrivare a un nome editoriale di rilievo come è accaduto a te.
Ci sono grandi editori che accettano manoscritti. Basta fare una ricerca in rete, facendosi un po’ un’idea della linea editoriale delle varie case editrici. Inutile inviare un romanzo d’amore a un editore che pubblica saggi e poesie. Consiglio di curare bene forma e i contenuti, prima dell’invio, e poi di insistere, di non scoraggiarsi al primo rifiuto. Se non ci si sente pronti per un grande editore, meglio guardarsi bene intorno fra quelli piccoli e medi e, possibilmente, evitare la pubblicazione a pagamento.

E ora passerei a Daisy lettrice. Sei onnivora? oppure prediligi un genere? ebook? oppure cartaceo?
Sono onnivora. Preferisco gli ebook, ma solo per una questione di comodità e da quando ho acquistato un ereader.

Un libro che hai letto e che rileggeresti più e più volte. E un libro, se esiste, che ti fa pensare: se lo avessi saputo evitavo di perdere tempo. Oppure che hai abbandonato senza mai più avere la tentazione di finirlo.
Un giorno di David Nicholls è un libro che ho riletto più volte e che non mi stancherei mai di leggere. Non rileggerei invece Leielui di Andrea De Carlo. Non ne ho apprezzato né lo stile né la trama.

E ora la mia curiosità personale. Durante la stesura di un romanzo: sottofondo musicale sì o no? e se sì cosa ascolti?
Adoro la musica e l’ascolto spesso e volentieri, ma non quando scrivo. Preferisco il silenzio.

E siamo giunti alla conclusione anche con questa intervista. Anche se, in tutta sincerità, di domande ne avrei ancora tante per cui se ti fa piacere rinnovo anche a te l’invito per un altro incontro qui nel mio salotto. E ora la domanda di rito. Progetti per il futuro?

Ho inviato due libri a due editori diversi. Hanno cominciato a leggerli e attualmente sono in attesa di una risposta. Uno l’ho ultimato al novembre. L’altro alla fine di marzo. Ora sto già scrivendo una storia ambientata nella Firenze degli anni Novanta e avrei in mente anche la trama di una specie di thriller, ma non vorrei esagerare. Come ho accennato prima, da qualche anno a questa parte, scrivo quasi ininterrottamente. Spero che qualcuno mi fermi. Scherzo! Per me è sempre una gioia immensa creare nuove storie. Mi auguro di non smettere mai. Grazie per questa interessante intervista. È stato un vero piacere. Tornerò a trovarti presto.

Grazie a te Daisy Raisi per aver accettato il mio invito e ti aspetto volentieri per un’altra bella chiacchierata, magari per parlare di una tua nuova pubblicazione futura. E, ahimé, devo salutare anche i miei lettori dando appuntamento alla prossima intervista sul mio divano nel mio Salotto.

La bella e la bestia, una favola senza tempo dove la donna è protagonista… dal libro al cinema e non solo…

E anche oggi la rubrica affronterà quel fenomeno che porta un libro a diventare pellicola. E la scelta, questa volta, è caduta su un classicissimo non solo della letteratura ma anche delle favole. La bella e la bestia. Fiaba classica diventata famosa nella versione del 1756 di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, ancora oggi la più letta, anche se la prima versione edita della fiaba (probabilmente derivante originariamente da un racconto contenuto ne L’Asino d’oro di Apuleio dal titolo Amore e Psiche), fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve del 1740.
La versione originale della storia di Bella e la Bestia di Madame de Villeneuve era infinitamente più ampia e complessa di quella ridotta di Madame de Beaumont, constava di quasi 400 pagine e all’interno vi erano narrate tutte le vicende familiari e sociali che avevano portato Bella e il Principe (la Bestia) al momento del loro incontro, inoltre dipingeva una pesante denuncia della condizione della donna nella società del tempo, dove le donne erano costrette a sposarsi per convenienza, spesso senza amore e con personaggi peggiori della Bestia stessa. Buona parte della storia era incentrata sulle descrizioni delle guerre tra streghe e re che compongono l’intero romanzo e rendeva l’atmosfera e gli ambienti (lo stesso castello) oscuri e permeati di molta più magia di quanta ne è arrivata a noi attraverso le versioni successive. Madame de Beaumont ha rielaborato la storia sfrondandola dei personaggi secondari ed eliminando tutto il pregresso familiare, ne ha reso una versione ridotta e semplice ma non snaturata del senso profondo della storia d’amore che fondamentalmente è ciò che è arrivato ai giorni nostri di questa favola.
Tutte le versioni successive di Bella e la Bestia, sia letterarie che cinematografiche, furono costruite prendendo come punto di riferimento la versione di Madame de Beaumont. Cosa che ha fatto anche Jean Cocteau nella versione cinematografica in bianco e nero del 1946 che ho selezionato per la mia analisi di oggi. La versione di Jean Cocteau, a parte qualche piccola modifica ha rispettato quasi integralmente la versione originale della favola.
Siamo in Francia nel XVII secolo. Un ricco mercante, ormai finito in disgrazia, ha tre figlie di cui due (Felicia e Adelaide) ambiziose e vendicative, si concedono di vivere come se la famiglia fosse ancora opulenta puntando a un matrimonio di alto livello. Bella, la terza figlia, al contrario è umile e di animo nobile e sembra l’unica a preoccuparsi del destino del padre e a non risentire delle condizioni di povertà in cui la famiglia versa, tanto da non lamentarsi mai nonostante sia ridotta a fare da serva alle sorelle. E poi c’è un fratello, Ludovico, perdigiorno e giocatore totalmente disinteressato alla difficile situazione, tanto da indebitarsi con un usuraio (mettendo addirittura a garanzia i mobili del padre che, puntualmente, finiranno nelle mani dell’usuraio) e da trascorrere le sue giornate con l’amico Armando (nella versione originale Avenant cioè Splendore), quest’ultimo altrettanto fannullone ma profondamente innamorato della di lui sorella minore, Bella, tanto da chiederla ripetutamente in sposa e da essere sistematicamente rifiutato da lei. Il mercante annuncia alle figlie che forse il loro destino è mutato e lui deve recarsi in città perché una delle sue navi, date tutte per disperse insieme ai carichi, sembra abbia fatto ritorno in porto. Felicia e Adelaide, dall’alto della loro cupidigia, chiedono al padre regali preziosi al suo ritorno, mentre Bella chiede semplicemente una rosa perché nella regione in cui vivono non ne crescono. Il mercante si reca in città con il miraggio di poter risollevare la sua situazione finanziaria con la nave rientrata, ma proprio di miraggio trattasi perché la nave ha sì fatto ritorno in porto, ma del carico non è rimasto nulla perché tutto è stato impiegato per pagare i debiti pregressi dell’uomo. Il mercante decide di fare ritorno a casa ma durante la notte finisce con il perdersi nella foresta e incappare in un castello che sembra disabitato ma dove viene accolto trovando la possibilità di rifocillarsi e di riposare insieme al suo cavallo.
Il mercante approfitta dell’ospitalità del misterioso proprietario del castello ma non incontra nessuno, né un nobile né, tanto meno, servitù o persone di qualsiasi genere. Ciondolando per il giardino, prima di ripartire verso casa, vede una splendida rosa e la coglie. In quel momento appare il suo ospite sotto le sembianze di un’orrenda bestia che decreta la sua morte per aver approfittato della sua ospitalità ricambiando con il furto di un bene prezioso come una delle sue splendide rose. Lo grazia solo se in cambio una delle sue figlie è disposta a subire il macabro destino al suo posto, gli dona un cavallo fatato che lo accompagnerà a casa e resterà in attesa di riportare lui o una delle sue figlie al castello. Il mercante fugge in sella al destriero bianco e fa ritorno a casa, raccontando poi ai figli ciò che gli è accaduto. Bella non vista decide di prendere il posto del padre, convinta che ciò sia accaduto solo per il suo stupido desiderio di possedere una rosa. Sale in groppa al destriero e si ritrova ben presto al castello dove incontrerà la bestia e il suo destino.
Il resto della trama è più o meno storia conosciuta, a eccezione forse del finale che, nel caso della pellicola di Cocteau prende una svolta leggermente differente dall’originale. Naturalmente il lieto fine è assicurato, come in tutte le favole che si rispettino, ma la magica trasformazione da Bestia in Principe in questo caso si avvale di modalità differenti. Innanzitutto Cocteau ha totalmente eliminato il famoso bacio, il cosiddetto bacio del vero amore, al quale si è ricorso in moltissime versioni della fiaba per la trasformazione, ma ha adottato una sorta di trasposizione e scambio tra Armando e la Bestia.
Facendo un passo indietro bisogna dire che Ludovico e Armando si sono recati al castello per uccidere la Bestia e, soprattutto, impossessarsi dei suoi averi ma tentando di entrare nel famoso padiglione di Diana (dove Bestia ha confessato a Bella essere nascosti tutti i suoi averi) Armando viene colpito da una freccia scoccata dalla statua della Dea stessa. Colpito da quella freccia muore trasformandosi a sua volta nella Bestia che, nel frattempo, si alza in piedi (con un effetto speciale, purtroppo bisogna dirlo, veramente ridicolo) e ha le sembianze di Armando. Una sorta di creazione del Principe Azzurro fatto su misura per Bella, con le sembianze e l’avvenenza di Armando (l’amore estetico) e il carattere e la personalità della Bestia (l’amore profondo dell’anima), insomma un Signor Uomo Giusto fatto su misura (e poi si dice che la bontà non viene ripagata). Il film si conclude con i due che si confessano il reciproco amore e un volo (letteralmente parlando) verso il cielo e le nuvole per raggiungere il regno del Principe. Cocteau ha scelto di concludere il film con un volo vero e proprio (i due si abbracciano e si alzano da terra attraversando le nuvole) probabilmente dando alla scena una valenza profondamente simbolica (il vero amore ha vinto e si eleva sopra tutto e tutti per distaccarsi dalle cose terrene, insomma una specie di e vissero felici e contenti alternativo e fantastico, onirico e visionario).
La Bella e la Bestia di Jean Cocteau viene considerata una tra le più belle pellicole realizzate, che hanno rappresentato questa favola rimaneggiata ormai in tutte le salse e in tutte le versioni. A livello letterario esistono migliaia di tipologie di libri, sia per bambini che per adulti, ma anche la settima arte ha dato un contributo notevole alla diffusione di questa immortale storia d’amore, la più recente in ordine di tempo è quella francese di Christophe Gans, uscita nel 2014, con Léa Seydoux e Vincent Cassel (anche questa versione ha apportato qualche modifica alla versione originale soprattutto per quanto riguarda i personaggi e, mi permetto di esprimere un’opinione del tutto personale, devo dire mi ha deluso non poco). Ne sono state realizzate pellicole di tutti i tipi e nelle versioni più fantasiose, senza escludere le pellicole animate, anche loro spesso rimaneggiate e modificate, tra cui la più famosa è stata quella della Disney del 1991 che è entrata a far parte dell’immaginario collettivo ed eletta a rappresentante della versione più fedele della storia originale anche se, nella versione animata, sono state apportate diverse modifiche alla favola tra cui alcune prese direttamente dal film di Cocteau (vedi il pretendente di Bella che nella versione animata si chiamava Gaston e nella fiaba originale non è mai esistito). La Bella e la Bestia, inoltre, è stata rivisitata anche per la televisione, ne sono state create alcune serie TV, tra cui quella realizzata negli Stati Uniti tra il 1987 e il 1990 Beauty and the Beast, con Linda Hamilton e Ron Perlman e (sempre made in USA) Beauty and the Beast con Kristin Kreuk e Jay Ryan. Entrambe le serie, pur mantenendo il messaggio di fondo, hanno completamente snaturato la versione originale trasportandola in epoca moderna.
Il senso profondo di questa storia, però, indipendentemente dal numero di versioni (e di modifiche apportate) non cambia ed è l’elisir di lunga vita de Bella e la bestia, non solo l’atavica guerra tra il bene e il male viene sempre vinta dal bene (e chi ha fatto del male deve pagare per le proprie colpe, elemento comune di tutte le versioni) ma il messaggio profondo e intenso è quello di scavare sotto la superficie, non fermarsi alle apparenze, anche dietro a un aspetto mostruoso si può nascondere un’anima pura come un giglio. Ed è il messaggio che anche Jean Cocteau ha voluto trasmettere con questo suo piccolo gioiello della cinematografia, firmandolo con la sua cifra stilistica, dedita alla cura dei particolari e intellettuale, che contraddistingueva tutti i suoi lavori (da quelli letterari a quelli cinematografici), perché questo era, in sintesi Jean Cocteau, un intellettuale, versatile, eclettico, complicato e forse per certi versi poco comprensibile ma pur sempre geniale.
La Bella e la Bestia di Jean Cocteau è stato presentato alla prima edizione del Festival di Cannes (svoltosi dal 20 settembre al 5 ottobre 1946) e nello stesso anno vinceva il prestigioso premio cinematografico Louis-Delluc. Il regista scrisse anche la sceneggiatura di questo film ma durante le riprese dovette essere sostituito da René Clément (regista pluripremiato e molto attivo all’epoca) perché un fastidioso attacco di psoriasi lo costrinse a un ricovero ospedaliero inaspettato.
La fotografia della pellicola è stata affidata a Henri Alekan, che aveva un talento particolare per passare dal realismo alla poesia e che ha collaborato a lungo anche con Clément, un professionista in grado di essere al servizio del regista e, anche ne La Bella e la Bestia, ha dimostrato la sua capacità di creare effetti spettacolari giocando solamente con luci e ombre, creando pathos e suggestioni che non possono lasciare indifferente, aiutato indubbiamente dalle musiche di Georges Auric, che da bambino prodigio diventò un eclettico compositore e creatore di colonne sonore diventate famose anche a Hollywood. La commistione di questi due talenti (la fotografia di Alekan e la colonna sonora di Auric) unita alla magia, che inevitabilmente suscitano le pellicole girate in bianco e nero, supporta i passaggi interiori dei protagonisti e i loro profondi turbamenti e sentimenti.
La scenografia di La Bella e la Bestia non è per nulla banale. Alcune scelte, chiaramente firmate da Christian Bérard che aveva abbracciato uno stile neo-romantico disdegnando gli stili d’avanguardia e innovativi, sembrano apparentemente minimaliste (vedi il salone e la scalinata senza corrimano che porta alle stanze, sempre chiuse, di una sorta di piano superiore) e in netto contrasto con quello che era all’epoca lo stile anche degli arredamenti, al contrario aiutano a vivere la tensione della storia senza distogliere attenzione da uno sfondo troppo sfarzoso. La scelta degli esterni del castello (quasi in decadimento) è stata probabilmente adottata con lo scopo di rappresentare, quasi in modo speculare, l’anima interiore del protagonista che ha accettato la sua prigione e sta lentamente abbandonando l’idea di potersene un giorno liberare.
I costumi, creati dalla Maison Paquin e Pierre Cardin, sono credibili (consideriamo che è stata data una connotazione storica ma stiamo sempre parlando di un racconto che è favolistico e pertanto lascia la libertà a una eventuale deroga dalla precisione storica), molto ben fatti e idonei a permettere allo spettatore di identificare immediatamente la condizione dei personaggi (sia culturale, che sociale).
Indubbiamente merita un plauso speciale il trucco della Bestia interpretata da (che recita anche nel ruolo di Armando e del Principe). L’attore doveva indossare un abito fatto in vera pelliccia di animale, attaccato al corpo con collanti che ne rendevano estremamente difficile il distacco a fine riprese, costringendo Marais a incredibili torture giornaliere sia per il costume che per il trucco, per il quale si doveva sottoporre a ben cinque ore di sala trucco per rendere il personaggio.
Gli effetti speciali ne La Bella e la Bestia sono indubbiamente buoni (considerando le possibilità dell’epoca) e a tutt’oggi di un certo effetto. Alcune scene sono state realizzate facendo girare la pellicola al contrario e rimontate nel verso opposto per poter dare l’effetto desiderato, ad esempio la scena in cui il padre di Bella entra nel castello e le candele si accendono da sole al suo passaggio è stata realizzata facendo camminare l’attore all’indietro spegnendo al contempo le candele, per poi rimontarla al contrario, un trucco che ad un occhio attento non sfugge perché se si osserva bene la scena successiva, nel camino le fiamme ardono al contrario. Con lo stesso trucco è stata girata anche la scena in cui Bella esce dalla parete tornando a casa grazie al guanto magico di cui la Bestia le fa dono.
La recitazione denuncia un po’ il tempo che è trascorso dalla realizzazione di questa pellicola. Jean Marais e la giovane Josette Day sono ottimi nelle loro parti ma, come era comune all’epoca, un po’ forzati e teatrali soprattutto nei momenti di pathos e struggimento interiore (vedi gli svenimenti di Bella o quando la fanciulla si tormenta per non dare un dolore alla Bestia continuando a rifiutare di diventare sua moglie, per non parlare della furia trattenuta della Bestia quando urla alla giovane di non guardarlo negli occhi perché non riesce a sopportare il suo sguardo), il tutto è naturalmente supportato da una buona sceneggiatura ma chiaramente datata nei dialoghi che oggi potrebbero suonare un po’ falsi.
Naturalmente il tutto deve essere contestualizzato con il periodo di realizzazione della pellicola e lo stile tipico che era la scelta di Jean Cocteau, in questo caso molto lontana dalla rappresentazione realistica di eventi ed emozioni, una narrazione permeata di teatralità e forti passaggi interiori, il tutto condito con simbolismi quasi onirici per rafforzare il messaggio di fondo (per esempio quando Bella al capezzale del padre piange diamanti e ne fa dono al genitore, a simboleggiare che l’anima della fanciulla è talmente pura e preziosa da diventare un tesoro tangibile e reale).
Un film, questo La Bella e la Bestia, che meriterebbe una visione e un’analisi approfondita ma che, volendo, si presta anche a una lettura più leggera, dove è perfettamente riuscita la valorizzazione degli elementi presenti nella fiaba originale come la magia, i buoni sentimenti e il sogno. Il bene vince e l’amore trionfa su ogni tipo di male o cattiveria. Insomma una versione della favola classica leggermente modificata o implementata di elementi che, peraltro, sono stati poi ripresi in altre versioni tra cui quella disneyana, ma che non delude, anzi offre nuovi spunti di interpretazione per una trama che ha resistito per secoli ed è destinata a resistere imperitura nel tempo.

Love in the afternoon di Billy Wilder, quando la commedia si sposa con la settima arte

Oggi vi voglio parlare di settima arte, con questa rubrica che parlerà di cinema, fiction & books, con approfondimenti e curiosità. E oggi vi parlo di nuovo di quel fenomeno meraviglioso che porta un libro a diventare pellicola. Una forma di arte come quella della parola scritta a trasformarsi in un’altra arte, quella delle immagini e del linguaggio cinematografico. E la scelta, questa volta, è caduta su un libro che non è proprio conosciutissimo ai più. Sto parlando di Ariane, jeune fille russe, romanzo del 1920 a firma di Claude Anet (al secolo Jean Schopfer), scrittore e giornalista francese vissuto tra il 1868 e il 1931. Schopfer nei primi anni del ‘900 ha abbandonato la sua attività di tennista per dedicarsi alla scrittura.
E il film di cui voglio proporre un approfondimento oggi è Arianna (titolo originale Love in the afternoon) è una deliziosa commedia sentimentale diretta dal talentuoso e prolifico Billy Wilder nel 1957, che con le sue atmosfere black & white fa ancora sognare i più romantici e gli amanti dell’amore a lieto fine. Il soggetto, come già anticipato, è tratto dal romanzo di Claude Anet. E dobbiamo anche precisare che dallo stesso romanzo il regista Paul Czinner aveva già tratto un film in versione francese nel 1932.
Siamo a Parigi, città dell’amore e del romanticismo accentuati dall’atmosfera fine anni ’50. Arianna è una giovane studentessa di conservatorio, romantica e sognatrice, che vive con il padre, l’investigatore privato Claude Chavasse e che ha l’abitudine di ficcare il naso in continuazione tra le scartoffie nell’ufficio del padre che sta seguendo il caso di un marito tradito. L’uomo incapace di accettare il tradimento della moglie è intenzionato a uccidere il di lei amante, Frank Flannagan, famoso miliardario che riempie le fotografie di tutte le riviste scandalistiche con le sue avventure romantiche con donne di ogni tipo. Il dongiovanni risiede in un prestigioso albergo di Parigi come ogni anno in quello stesso periodo e ha un appuntamento proprio con la moglie fedifraga, ignaro di ciò che il cliente di Chavasse ha intenzione di fare. Arianna, decisa a vestire i panni dell’eroina, si prodiga per salvare l’uomo e si reca all’albergo dove viene erroneamente scambiata da lui per una scafata ed esperta donna di mondo. La dolce Arianna sensibile al fascino dell’uomo come tutto il popolo femminile di Parigi e non solo (a quanto sembra), non smentisce chiarendo l’equivoco e comincia un bizzarro gioco di seduzione che porterà l’attempato dongiovanni a cedere a un sentimento dal quale fino a quel momento era riuscito a sfuggire.
Immancabile arriva il lieto fine, poco realistico ma degno delle commedie di Billy Wilder. Forse uno dei motivi per cui il regista a tutt’oggi non è ancora scivolato nel dimenticatoio, al contrario, le sue pellicole sono un balsamo per le anime più romantiche e per gli stoici impenitenti dell’happy end. D’altronde i buoni sentimenti, si sa, non scadono mai e resistono al logorio del tempo che passa.

Arianna ha il viso di porcellana e lo sguardo profondo della mai dimenticata Audrey Hepburn, già consacrata come star dalle precedenti interpretazioni di Sabrina e Vacanze romane, rimaste nella storia del cinema e nell’immaginario collettivo come esempi di favola romantica. Anche nel ruolo della giovane studentessa (che dovrebbe essere ingenua ma si rivela una seduttrice degna delle donne con cui Flannagan tratta abitualmente) convince dimostrando il suo talento e la sua espressività, senza mai scivolare dall’alto della sua innata eleganza e senza perdere il suo fascino, che non scende mai di tono.
Come non scende mai di tono il ritmo del film, costruito su gag spesso maliziose ma sempre garbate e intelligenti, sull’ironia tipica della cifra stilistica del brillante ed eclettico regista e, non da ultimo, sulla recitazione di un cast veramente stellare.
Gary Cooper, nei panni del tombeur de femmes Frank Flannagan, affascinante e virile come sempre, convince appieno riuscendo a tratteggiare un personaggio maschile, che dovrebbe risultare quantomeno antipatico tanto è scandaloso, dandogli una veste talmente umana e romantica (soprattutto quando comincia a lasciarsi vincere dai sentimenti facendosi addirittura dominare dalla gelosia) da costringere il pubblico a solidarizzare con un uomo distrutto dalla frustrazione di non poter avere completamente l’unico vero oggetto dei suoi desideri.
Da non perdere la scena in cui Flannagan rinuncia a una focosa (a quanto lui stesso fa intendere) compagnia femminile e si strugge l’anima ascoltando la registrazione della voce di Arianna, non presente perché i loro appuntamenti si svolgono solamente nel pomeriggio (da cui il titolo originale In the afternoon), si ubriaca dando fondo a tutte le bottiglie di champagne e non solo presenti nella stanza, mentre il complesso di musicisti tzigani (onnipresente per tutta la pellicola) è costretto a suonare per tutta la notte la canzone Fascination (tema musicale del film). Un mix di comicità e romanticismo degni del miglior Wilder.
Maurice Chevalier, come sempre charmant, affascina il pubblico con l’interpretazione di un padre premuroso e desideroso di concedere alla figlia un futuro degno di una principessa. La classe francese innata nell’attore e già dimostrata ampiamente con film come Gigì, lo porta a rendere il personaggio di Claude Chavasse non come il classico investigatore a cui ci ha abituato soprattutto la filmografia americana, ma come una sorta di cavaliere dedito alla giustizia dotato di una discrezione quasi inglese. Non manca di ripetere spesso ad Arianna quanto siano importanti i valori della sincerità, della correttezza e dell’onestà, valori che Chavasse dimostra ampiamente anche quando, con noblesse oblige, incassa il colpo scoprendo le bugie che la figliola gli ha raccontato per celare la scandalosa relazione con Flannagan.
Bellissima la scena, che racchiude forse tutta la personalità dell’investigatore, in cui Chavasse si reca dal dongiovanni (che gli ha precedentemente affidato l’incarico di scoprire la vera identità della sua amante pomeridiana) e gli mostra i risultati delle sue indagini invitandolo ad avere l’accortezza di abbandonare quella giovane donna per darle la possibilità di avere ancora un futuro sentimentale, prima che quell’amore possa comprometterla in modo irreparabile. Antiquati valori cavallereschi che, in fondo, colpiscono ancora.

Con questa brillante commedia sentimentale Billy Wilder ha probabilmente tentato di bissare il successo che aveva precedentemente riscosso con Sabrina ma, forse complice un personaggio femminile meno ingenuo oppure quella spruzzata di cinismo che pervade la storia, Arianna ha avuto un riscontro decisamente inferiore anche se questa pellicola merita di essere annoverata tra le chicche da collezionista (per chi ama il genere ovviamente).
La colonna sonora di Arianna è composta dalle musiche di Richard Wagner e Franz Waxman ma, come già citato, il tema musicale principale della pellicola è il valzer lento Fascination, opera di Fermo Dante Marchetti (o Dante Pilade Marchetti), talentuoso e apprezzato compositore italiano trasferitosi a Parigi. Marchetti la compose nel 1904 e all’inizio del Novecento divenne il motivo più ballato anche alla corte italiana, composta originariamente in versione solo strumentale il Marchetti dovette in seguito accettare la stesura di un testo di Maurice de Feraudy (c’era di mezzo una donna ovviamente), la canzone però scivolò nel dimenticatoio portandosi dietro la superstizione della sfortuna a causa del suo titolo originale Malombra, la produzione ne acquistò i diritti e cambiò il titolo. La musica era già stata utilizzata nel 1932 come tema musicale del film La casa della 56ª strada di Robert Florey.
La fotografia del film è sufficientemente curata e, naturalmente, il bianco e nero contribuisce ad ampliare la suggestione, rendendo le ambientazioni (sia Parigi che gli interni, dove si svolgono la maggior parte delle scene) una cartolina nostalgica di altri tempi, altra caratteristica che rende imperituri e affascinanti le pellicole di quel periodo.

Il film purtroppo, come già detto, non ha raccolto i consensi delle ben più conosciute interpretazioni di Audrey Hepburn, quali Sabrina nell’omonimo film, la principessa Anna nel cult Vacanze Romane di William Wyler o la spumeggiante e incontenibile Holly Golightly in Colazione da Tiffany di Blake Edwards, ma si deve riconoscere che per gli appassionati resta un film da annoverare nella propria collezione. La pellicola ha avuto, inoltre, una riedizione ridotta (a 125 minuti) che è stata ridistribuita sul mercato nel 1961 con il titolo Fascination.
Insomma una storia ben congegnata, forse un po’ semplicistica nella trama ma efficace come sempre consente di essere una trama semplice che, supportata dall’ottima recitazione e la ben costruita sceneggiatura, non delude mai.

Diego Galdino: quando un uomo scrive libri d’amore al profumo del primo caffè del mattino

Bentornati anche oggi nel mio Salotto per accogliere uno scrittore impegnatissimo che ringraziamo già per il tempo che ha deciso di dedicarci comunque. Sto parlando di Diego Galdino. Che tutti abbiamo imparato a conoscere attraverso i suoi romanticissimi libri che parlano d’amore, di persone, di sentimenti e anche di donne. Che ha incantato il pubblico con il suo primo romanzo Il primo caffè del mattino pubblicato da Sperling & Kupfer. Incanto che ha continuato a perpetrarsi con le sue pubblicazioni successive. Mi arrivi come da un sogno e Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi.
Tradotto in diversi paesi esteri, dove è altrettanto apprezzato, in aprile uscirà con il suo nuovo romanzo. Che sicuramente ci farà battere il cuore come i precedenti.
Classe 1971, romano, Diego Galdino, come il protagonista del suo romanzo d’esordio, ogni mattina apre il suo bar in centro. Prepara caffè fantasiosi, shekera, scambia battute con i clienti e, soprattutto, trova il tempo di scrivere, attività che dichiara essere la sua vera grande passione.
Sorriso solare e un accenno di timidezza nello sguardo così vediamo Diego Galdino la prima volta e lo facciamo accomodare nel nostro Salotto pronti con tè, pasticcini e domande alla mano.
E dopo questa breve presentazione lasciamo la parola proprio a Diego per raccontarci un po’ di sé e un po’ del suo lavoro di scrittore.

Come prima cosa ringrazio Diego per aver accettato il mio invito nel mio Salotto. E ora comincerei subito con una domanda di rito. Diego Galdino, scrittore di libri sentimentali. Non si vede tutti i giorni un uomo che legge storie d’amore, figuriamoci uno che ne scrive. Raccontaci un po’ di questa tua scelta. Quando e perché hai cominciato a scrivere? ma, soprattutto, quando e perché hai scelto di raccontare storie d’amore?
Salve a tutti, vorrei ringraziare la padrona di casa per avermi dato ospitalità, per me è un piacere rispondere a queste domande. Ho iniziato a scrivere consapevolmente a ventinove anni, dopo aver fatto un viaggio per vedere se il posto descritto in libro fosse davvero così bello come lo descriveva l’autrice. Per chi si stesse domandando di quale romanzo si tratti, è I cercatori di conchiglie di Rosamunde Pilcher, che è ambientato in Cornovaglia. Ho scelto di raccontare storie d’amore dopo aver letto il romanzo di Nicholas Sparks Le pagine della nostra vita, perché rimasi affascinato, rapito da questo amore oltre… oltre il tempo, oltre la malattia, oltre le difficoltà. Ogni volta che scrivo un romanzo d’amore per me è una sfida con questa pietra miliare della letteratura romantica, che per il momento continua a vincere Noah.

Ti aspettavi il successo che Il primo caffè del mattino ha riscosso oppure ti ha colto di sorpresa?
Sinceramente se mi avessero detto guarda che questo romanzo sarà letto in otto paesi europei, in Sudamerica e ci faranno un film, mi sarei messo a ridere. Il mio agente letterario un giorno mi disse… Questo romanzo sembra magico, sembra avere intorno a se un’aura positiva, una vita propria, che gli permette di arrivare in breve tempo dove ad altri ci vogliono vite intere.

Dopo Il primo caffè del mattino sono arrivati altri romanzi, tutti successi e tutti dello stesso genere. Ma tu non hai mai lasciato il tuo lavoro principale. Come il tuo protagonista lavori in un bar e vivi a contatto con la gente tutti i giorni. Quanti spunti per i tuoi romanzi ti arrivano dalla tua quotidianità?
Nel bar dove lavoro ci sono nato, nel vero senso della parola, ho imparato a camminare, ho vissuto tutte le esperienze più importanti della mia vita, è il posto dove passo gran parte delle mie giornate, per me è casa da sempre… e ovviamente ha ispirato il mio primo romanzo Il primo caffè del mattino, ma a dire la verità forse è il romanzo che meno mi rappresenta come scrittore, perché in realtà io scrivo per evadere dal mio contesto quotidiano cercando di fare attraverso i protagonisti delle mie storie tutte quelle cose che io non riesco o non posso fare nella realtà. Quindi l’ispirazione per le mie storie di solito arriva da altri posti che con il caffè hanno poco a che vedere.

Che effetto ti ha fatto sapere che dal tuo primo romanzo ne avrebbero tratto un film?
Come dice il mio agente letterario Il primo caffè del mattino è magico, di sicuro un film tratto da un mio romanzo è per me la sublimazione del sogno, visto che io sono un grande appassionato di cinema, ma i tempi saranno lunghi, quindi ci vorrà tanta pazienza e fiducia.

Raccontaci un po’ la tua esperienza durante la realizzazione del film. Hai contribuito alla sceneggiatura? e, se sì, racconta ai lettori le differenze e/o difficoltà riscontrate tra la stesura di un romanzo e quella di una sceneggiatura per un film.
Per il momento posso dire che è una bellissima esperienza, visto che già partendo dalla sceneggiatura mi sono potuto confrontare con uno dei più bravi ed importanti sceneggiatori italiani, sapere che Vittorio Moroni stia lavorando per adattare una tua storia per il grande schermo è già per me una grande soddisfazione, ed ho apprezzato il fatto che lui potesse essere interessato al mio parere in merito al suo lavoro. Sicuramente è molto difficile trarre una sceneggiatura da un romanzo, perché non tutte le scene del libro sono realizzabili cinematograficamente e perché ridurre tutto ciò che accade nella storia in due ore di film richiede un grande lavoro di scrittura viva intesa come capacità di tradurre le parti più importanti in immagini, tralasciandone altre senza nulla togliere alla bellezza del romanzo e susseguentemente del film.

Diego Galdino è ormai famoso. Ma a differenza di altri scrittori che possono sottrarsi al proprio pubblico ha poche possibilità di farlo proprio a causa del suo lavoro al bar che è un altro modo di essere sempre alla mercè delle persone. Praticamente la tua privacy è ridotta all’osso, se così possiamo dire. Quanto questo è lusinghiero e gratificante? e quanto può diventare una prigione?
Famoso è una parola grossa, comunque a me piace interagire con i miei lettori, anche perché io considero le persone che leggono i miei romanzi degli amici, visto che mi danno fiducia senza nemmeno conoscermi e con i tempi che corrono in cui anche prendere un caffè al bar può essere un qualcosa a cui si rinuncia per necessità, non è poco. Anzi per me è molto lusinghiero e gratificante.

Essere un uomo che scrive romanzi rosa. Quanto si è dimostrato un privilegio? e quanto una limitazione, anche a causa di alcuni pregiudizi (purtroppo ancora radicati) che associano la scrittura rosa a un mondo prevalentemente femminile?
Come ho spiegato durante la manifestazione Firenze Libro Aperto durante il dibattito sulla letteratura femminile, quando mi viene chiesto che genere di libri scrivo, io rispondo romanzi d’amore, perché trovo riduttivo usare un colore solo per l’argomento più importante e complesso di cui si possa scrivere. C’è un bellissimo passaggio in Persuasione di Jane Austen che dice… SAREI DAVVERO DA DISPREZZARE, SE OSASSI PENSARE CHE IL VERO AMORE E LA COSTANZA SONO PREROGATIVE SOLO FEMMINILI. È vero che in Italia i romanzi d’amore sono scritti prevalentemente da scrittrici, di grande qualità aggiungerei, ma se andiamo a vedere nel mondo gli scrittori di romanzi d’amore più letti sono uomini, mi vengono in mente Nicholas Sparks, Marc Levy, Evans, Mussò. Io scrivo romanzi d’amore non perché mi va di farlo, ma perché sento di doverlo fare…

E restiamo sulla tua scrittura. Come scrive Diego Galdino? arriva l’idea e prende appunti poi traduce in trama? si organizza uno schema? oppure scrive di getto?
Nel film Scoprendo Forrester uno scrittore di fama mondiale spiega al suo pupillo che scrivere non è pensare, è scrivere, che la prima stesura va scritta senza nemmeno guardare sul foglio cosa si sta scrivendo, non devi pensare, devi solo scrivere, nemmeno con il cuore, ma con la pancia, ecco io faccio esattamente così.

E quando scrive Diego Galdino? di giorno? di notte? nei ritagli di tempo? oppure si impone un tempo durante la giornata per la scrittura?
Da sempre per scrivere io mi sveglio la mattina alle quattro, scrivo per un’ora e mezza, poi mi travesto da barista e scendo a fare i caffè… poi se mi viene qualche idea tra un caffè e l’altro me l’appunto sul cellulare e la sera dopo cena mi metto al computer e la sviluppo.

Ti è mai capitato di avere un momento di crisi creativa oppure, come la definirei io, organizzativa durante la stesura di uno dei tuoi romanzi? ad esempio arrivare a un punto e dire: mi sono incartato, da qui non ne esco. Se sì come l’hai superata? e se ti è capitato, hai mai abbandonato la stesura di una trama? magari anche con l’intento di riprenderla forse in un futuro?
Mi trovo in difficoltà a rispondere a questa domanda perché non vorrei sembrare presuntuoso, ma sinceramente non ho mai avuto nessuno dei problemi che mi hai elencato. Forse ciò è dovuto al fatto che quando inizio a scrivere un romanzo io abbia già nella testa tutta la storia dalla prima all’ultima scena, è come se avessi visto un film e lo raccontassi ad una persona che non può vederlo. A dire la verità se io avessi la possibilità di fare solo lo scrittore credo che scriverei un romanzo a settimana. Ho tante storie nella mia testa da raccontare, anzi nel mio cuore, anzi nella mia pancia.

Un consiglio agli aspiranti scrittori che hanno il famoso romanzo nel cassetto. Come provare a realizzare il proprio sogno di pubblicazione?
Agli aspiranti scrittori dico di non smettere mai di crederci, quando mi fanno questa domanda rispondo sempre raccontando la barzelletta del fedele che va in chiesa tutti i giorni per chiedere a Dio di fargli vincere la lotteria, e alla fine Dio esasperato gli dice… ma se tu non compri il biglietto come faccio a farti vincere? Ecco forse in Italia arrivare al successo letterario o a scrivere per un’importante casa editrice è come vincere la lotteria, ma se non scrivi sarà sicuramente impossibile che ciò possa accadere.

E ora passerei a Diego lettore. Sei onnivoro? oppure prediligi un genere? ebook? oppure cartaceo?
Leggo di tutto a parte l’horror, sono un tipo impressionabile, e per ogni genere ho il mio scrittore preferito, come Manfredi, Grisham, Follet, Rollins, Nesbo, Larsson, ma ovviamente prediligo il genere romantico, con Nicholas Sparks su tutti. Io faccio collezione di prime edizioni, adoro sentire il profumo della carta consunta dal tempo, e sfiorare quelle pagine pensando a chi le ha sfogliate prima di me, ho edizioni dell’ottocento, con tanto di dedica alla persona a cui fu regalato, e leggendola immagino chi possa essere stata Miss Fanny, è come se il libro mi raccontasse un’altra storia.

Un libro che hai letto e che rileggeresti più e più volte. E un libro, se esiste, che ti fa pensare: se lo avessi saputo evitavo di perdere tempo. Oppure che hai abbandonato senza mai più avere la tentazione di finirlo.
Il libro che rileggerei sempre è Persuasione di Jane Austen credo che sia da considerarsi il precursore di tutti i romanzi d’amore moderni. A l’altra domanda preferisco non rispondere per rispetto di chi scrive… anche se devo confessare che in Anna Karenina ho fatto il tifo per il treno…

E ora una curiosità personale, ma forse anche dei miei lettori. Durante la stesura di un romanzo: sottofondo musicale sì o no? e se sì cosa ascolti?
Mentre scrivo entro nella storia, interagendo con tutti i miei personaggi, quindi se sentissi della musica mentre sto scrivendo, non sentirei cosa mi dicono loro.

E siamo giunti alla conclusione anche con questa intervista. Anche se, in tutta sincerità, di domande ne avrei ancora tante per cui se ti fa piacere rinnovo anche a te l’invito per un altro incontro qui nel mio salotto.
E ora la domanda di rito. Progetti per il futuro. Parlaci un po’ del tuo nuovo romanzo che presto vedrà la luce. E, se puoi, dacci qualche anticipazione.
Ti ringrazio ancora per l’ospitalità, quando vorrai offrirmi un tè nel tuo salotto lo berrò sempre volentieri. Riguardo il mio ultimo romanzo che uscirà il 24 Aprile, non posso dire ancora molto, ma posso consigliare di seguire la mia pagina facebook, dove qualcosa è già stata velatamente detta… di sicuro sarà un romanzo d’amore composto da tutti i colori, forse il più emozionante che io abbia scritto fino adesso.

Grazie a te Diego per aver accettato il mio invito e averci raccontato un po’ di te. E adesso siamo proprio giunti al termine.
E, prima di salutare anche voi lettori, colgo l’occasione per ricordare che potrete trovare una bella recensione dell’ultimo romanzo di Diego Galdino, Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi, cliccando qui: Sognando tra le righe.

 

Elisabetta Cametti, la regina del thriller italiano. Bella, bionda e con licenza di scrivere…

Bentornati nel mio Salotto per accogliere anche oggi un’ospite veramente speciale. Anche questa volta sto parlando di una donna e, anche questa volta, sto parlando di una scrittrice, Elisabetta Cametti.
Lunghi capelli biondi, due splendidi occhi azzurri, un aspetto quasi angelico. Ma dietro alla sua bellezza acqua e sapone si nasconde ben altro. Una donna determinata, forte e di talento. Ma, sopratutto, una scrittrice. Definita la regina del thriller italiano, Elisabetta Cametti scrive di omicidi. E scrive di donne. Donne protagoniste, in storie al cardiopalma. Donne che sono la chiave fondamentale per risolvere gli efferati omicidi che si trovano tra le mani. Elisabetta Cametti è arrivata al suo quarto romanzo, Caino, secondo volume della serie 29 dopo Il Regista entrambi pubblicati per i tipi di Cairo Editore. Dopo altri due romanzi, K – I Guardiani della Storia e K – Nel Mare del Tempo, della serie K. Apprezzatissima dal suo pubblico, i suoi libri sono tradotti all’estero e vendutissimi nel nostro paese. Per scrivere le sue storie prende spunto da reali fatti di cronaca, che lei stessa commenta come opinionista nella trasmissione Mattino 5, in onda sulle reti Mediaset.
Dopo questa breve introduzione, facciamo accomodare Elisabetta e la deliziosa Tremillina (la sua inseparabile chihuahua) e lasciamole la parola. Anche perché confesso che io (e sono certa voi tutti) sono ansiosa di poterla conoscere meglio.

Da direttore generale alla DeAgostini, qualche anno fa decidi di cambiare vita e diventare scrittrice. È stata una scelta che stava maturando dentro di te da tempo? un desiderio sopito che hai colto l’occasione di realizzare? oppure un naturale evolversi della tua esperienza nel campo editoriale?
È stato un passo spontaneo, il percorso naturale dopo aver vissuto per anni in mezzo al profumo della carta stampata. Non ho smesso di fare il mio lavoro (sono uscita da DeAgostini per entrare nel gruppo internazionale Eaglemoss) e non ho mai pensato di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura… sono due passioni che possono convivere e che insieme nutrono la mia inesauribile voglia di creare. L’unica svolta è stata a livello emotivo: in questi ultimi anni ho lasciato che la scrittura assumesse un ruolo più importante nella mia vita.

Sei stata definita la regina del thriller italiano, genere spesso e volentieri associato a scrittori maschi, appassionata di cronaca e opinionista a Mattino 5 proprio in merito a casi di cronaca irrisolti. Insomma che sia stata la tua passione e la tua curiosità intellettuale a portarti sulla strada delle trame thriller è piuttosto chiaro ma le idee come nascono? sappiamo che prendi spunto da casi di cronaca veri però ci piacerebbe sapere con che criterio scegli, quale molla scatta perché la tua scelta cada su un caso piuttosto che su un altro?
Le mie storie nascono dai personaggi: sono loro l’essenza di tutto. Costruisco la trama proprio partendo dalle loro caratteristiche individuali e dai messaggi che intendo trasferire. L’obiettivo finale è sempre mostrare al lettore le diverse facce dell’uomo, e cosa si può arrivare a fare per passione, amore, ambizione. Perché alla forza di volontà e alla follia non c’è limite. Nel bene e nel male.

E anche il tuo quarto libro ha visto la luce. Tutti successi di pubblico, tanto da essere tradotti e diffusi anche all’estero. Tutte le protagoniste sono donne. Perché questa scelta? quanto c’è di te nei tuoi personaggi?
Perché mi piace pensare che i miei romanzi non siano thriller e basta. Adoro scrivere trame complesse, ricche di personaggi le cui storie si intrecciano, di misteri che mentre si dipanano conducono a nuovi enigmi, di sentimenti ed emozioni che facciano riflettere. Sono convinta che una protagonista femminile possa muoversi meglio attraverso tutte queste sfaccettature. E preferisco creare personaggi seriali, per poter fare un lungo tratto di strada insieme a loro.
Così sono nate Katherine Sinclaire e Veronika Evans.
Veronika è una fotoreporter determinata a portare alla luce le ferite dell’emarginazione e dei reati ambientali.
Katherine è una manager dell’editoria, che passa da una riunione strategica all’altra e a causa della sua dedizione al lavoro si trova coinvolta in un intrigo archeologico dove rischia di perdere la vita.
Sono due donne molto diverse nell’aspetto, nel modo di ragionare, nell’approccio alla quotidianità. Tuttavia hanno un punto in comune: entrambe si fanno portavoce di messaggi importanti, quelli in cui io credo. Katherine lotta per l’integrità e per la difesa di ogni forma di vita. Veronika denuncia l’indifferenza. Tutte e tre viviamo in una società corrotta e ci adoperiamo per cambiarla.

Dopo la serie K, hai deciso di iniziare questa nuova serie, la serie 29. Numero simbolico nel mondo degli omicidi seriali, un’idea interessante che merita di essere approfondita. Potresti spiegarci meglio questo simbolismo?
Nel simbolismo il 29 è il numero delle avversità e degli ostacoli, ed è rappresentato dalla bara. Inoltre è un numero che torna nelle statistiche di omicidi seriali: ci sono stati serial killer che hanno compiuto il primo omicidio a 29 anni, il numero medio di vittime di alcuni serial killer è 29, negli Stati Uniti il 29% dei serial killer è itinerante, il 29% dei serial killer donna uccide a casa propria, e così via. Quindi Il Regista prevede 29 ore serrate di interrogativi, attentati e minacce. E in Caino il 29 è una data. Nel prossimo romanzo della serie ci saranno 29 oggetti misteriosi.

In questi due primi capitoli della serie 29, Il Regista e Caino, la protagonista è Veronika Evans, una fotoreporter agguerrita e dura. Una donna decisa, determinata e impossibile da fermare quando ricerca la verità. Però nasconde una fragilità, tanto da renderla dipendente dai medicinali. Per quale motivo la scelta narrativa di umanizzarla a tal punto da renderla addirittura debole?
Quando un romanzo si ispira ai casi di cronaca, la sfida più grande è riuscire a rendere reale la fiction. Per questo le mie protagoniste sono donne vere, intense. Lontane dalla perfezione e calate nella realtà che ci circonda. Donne che sbagliano, che urlano, che cadono e si rialzano… donne che non vogliono essere un riferimento per i canoni estetici ma per la determinazione nel dare un senso a ogni momento.

Un’altra domanda in merito a questo secondo volume della serie 29. In questo romanzo si evince una tua particolare sensibilità animalista. Mi confermi che esiste questa sensibilità? e se sì, è una cosa che ti è maturata nel tempo oppure fa parte del tuo back ground personale da sempre?
Sono cresciuta in una famiglia dove il rispetto per la natura è prioritario. I miei genitori mi hanno insegnato che non esiste niente di più importante del salvare una vita… e ogni giorno cerco di dare il mio piccolo contributo.

E adesso una domanda che è più una curiosità. Il tuo pubblico di lettori è prevalentemente maschile o femminile?
Femminile, ma per un motivo semplice: le donne leggono molto più degli uomini.

Una scrittura, la tua, asciutta e tagliente. Priva di fronzoli inutili o passaggi ridondanti ma decisamente incisiva e accattivante. Quanto c’è di talento innato e quanto di lavoro di cesello per migliorare la tua cifra stilistica?
Non esiste talento senza studio. E la forma è fondamentale per apprezzare il contenuto. Coco Chanel diceva che se una donna è mal vestita, tutti notano l’abito. Se elegante, tutti notano la donna. Vale lo stesso concetto per un romanzo: la trama non può fare a meno dello stile. Se dare vita a una storia dipende dalla creatività, trovare lo stile giusto dipende dallo studio, dall’approfondimento, dall’impegno, dalla voglia di imparare sempre e comunque. Scrivere è una grande palestra in cui i pensieri e le sensazioni si sommano con le esperienze e la tecnica. E si cresce solo se si ha l’umiltà di mettersi in gioco pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo.

Scrittrice ormai riconosciuta. Sicuramente grande lettrice. Che tipo di lettrice sei? molto legata al tuo genere oppure onnivora? se leggi altro che genere leggi?
Mi piace leggere di tutto, senza preferenza di genere. Le mie letture sono dettate dallo stato d’animo, e ho sempre più libri aperti nello stesso momento. Così anche per le serie televisive: spazio da Elementary a The Walking Dead, da Homeland a Grey’s Anatomy.

E sempre in merito alla lettura. Ebook? oppure cartaceo?
Entrambi. Anche se amo il rumore e il profumo della carta, devo ammettere che la versione digitale è comoda e permette di portarsi ovunque pagine e pagine di libri.

Donna impegnatissima. Ma quando Elisabetta Cametti trova il tempo di scrivere? di giorno? di notte? nei ritagli di tempo oppure si impone un tempo da dedicare alla scrittura?
Scrivo di notte e durante il weekend… sul divano, con Tremillina (la mia chihuahua) acciambellata sulle gambe e una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano.

Sappiamo che la serie 29 non è finita, ci sono ancora capitoli da scrivere e, soprattutto per i lettori, da leggere. Vorrei concludere con una domanda proprio in veste di lettrice. Pensi che continuerai a rimanere legata al genere thriller o pensi in futuro di poter sperimentare altri generi narrativi? ma, soprattutto, dopo la serie 29 c’è già altro in cantiere per noi?
Il prossimo romanzo sarà il terzo della Serie K: tornerà Katherine Sinclaire e si immergerà nei misteri di un altro periodo importante della nostra storia. Scriverò anche un romanzo ad altissima tensione in cui Katherine e Veronika si incontreranno. Ma in futuro vorrei scrivere una saga della genialità di Star Trek e della forza di The Games of Thrones.
Grazie per questa bella intervista! Domande davvero interessanti!

Grazie a te Elisabetta per aver accettato il mio invito e averci raccontato un po’ di te. E adesso siamo proprio giunti al termine.
Prima di darci appuntamento al prossimo ospite salutiamo Elisabetta Cametti, invitandola già per un’altra chicchierata nel mio Salotto (naturalmente l’invito è esteso anche alla dolcissima Tremellina). E, prima di salutare anche voi lettori, colgo l’occasione per ricordare il sito di Elisabetta www.elisabettacametti.com, la sua pagina facebook www.facebook.com/ElisabettaCametti e il sito dell’editore www.cairoeditore.it/libri.