La bella e la bestia, una favola senza tempo dove la donna è protagonista… dal libro al cinema e non solo…

E anche oggi la rubrica affronterà quel fenomeno che porta un libro a diventare pellicola. E la scelta, questa volta, è caduta su un classicissimo non solo della letteratura ma anche delle favole. La bella e la bestia. Fiaba classica diventata famosa nella versione del 1756 di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, ancora oggi la più letta, anche se la prima versione edita della fiaba (probabilmente derivante originariamente da un racconto contenuto ne L’Asino d’oro di Apuleio dal titolo Amore e Psiche), fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve del 1740.
La versione originale della storia di Bella e la Bestia di Madame de Villeneuve era infinitamente più ampia e complessa di quella ridotta di Madame de Beaumont, constava di quasi 400 pagine e all’interno vi erano narrate tutte le vicende familiari e sociali che avevano portato Bella e il Principe (la Bestia) al momento del loro incontro, inoltre dipingeva una pesante denuncia della condizione della donna nella società del tempo, dove le donne erano costrette a sposarsi per convenienza, spesso senza amore e con personaggi peggiori della Bestia stessa. Buona parte della storia era incentrata sulle descrizioni delle guerre tra streghe e re che compongono l’intero romanzo e rendeva l’atmosfera e gli ambienti (lo stesso castello) oscuri e permeati di molta più magia di quanta ne è arrivata a noi attraverso le versioni successive. Madame de Beaumont ha rielaborato la storia sfrondandola dei personaggi secondari ed eliminando tutto il pregresso familiare, ne ha reso una versione ridotta e semplice ma non snaturata del senso profondo della storia d’amore che fondamentalmente è ciò che è arrivato ai giorni nostri di questa favola.
Tutte le versioni successive di Bella e la Bestia, sia letterarie che cinematografiche, furono costruite prendendo come punto di riferimento la versione di Madame de Beaumont. Cosa che ha fatto anche Jean Cocteau nella versione cinematografica in bianco e nero del 1946 che ho selezionato per la mia analisi di oggi. La versione di Jean Cocteau, a parte qualche piccola modifica ha rispettato quasi integralmente la versione originale della favola.
Siamo in Francia nel XVII secolo. Un ricco mercante, ormai finito in disgrazia, ha tre figlie di cui due (Felicia e Adelaide) ambiziose e vendicative, si concedono di vivere come se la famiglia fosse ancora opulenta puntando a un matrimonio di alto livello. Bella, la terza figlia, al contrario è umile e di animo nobile e sembra l’unica a preoccuparsi del destino del padre e a non risentire delle condizioni di povertà in cui la famiglia versa, tanto da non lamentarsi mai nonostante sia ridotta a fare da serva alle sorelle. E poi c’è un fratello, Ludovico, perdigiorno e giocatore totalmente disinteressato alla difficile situazione, tanto da indebitarsi con un usuraio (mettendo addirittura a garanzia i mobili del padre che, puntualmente, finiranno nelle mani dell’usuraio) e da trascorrere le sue giornate con l’amico Armando (nella versione originale Avenant cioè Splendore), quest’ultimo altrettanto fannullone ma profondamente innamorato della di lui sorella minore, Bella, tanto da chiederla ripetutamente in sposa e da essere sistematicamente rifiutato da lei. Il mercante annuncia alle figlie che forse il loro destino è mutato e lui deve recarsi in città perché una delle sue navi, date tutte per disperse insieme ai carichi, sembra abbia fatto ritorno in porto. Felicia e Adelaide, dall’alto della loro cupidigia, chiedono al padre regali preziosi al suo ritorno, mentre Bella chiede semplicemente una rosa perché nella regione in cui vivono non ne crescono. Il mercante si reca in città con il miraggio di poter risollevare la sua situazione finanziaria con la nave rientrata, ma proprio di miraggio trattasi perché la nave ha sì fatto ritorno in porto, ma del carico non è rimasto nulla perché tutto è stato impiegato per pagare i debiti pregressi dell’uomo. Il mercante decide di fare ritorno a casa ma durante la notte finisce con il perdersi nella foresta e incappare in un castello che sembra disabitato ma dove viene accolto trovando la possibilità di rifocillarsi e di riposare insieme al suo cavallo.
Il mercante approfitta dell’ospitalità del misterioso proprietario del castello ma non incontra nessuno, né un nobile né, tanto meno, servitù o persone di qualsiasi genere. Ciondolando per il giardino, prima di ripartire verso casa, vede una splendida rosa e la coglie. In quel momento appare il suo ospite sotto le sembianze di un’orrenda bestia che decreta la sua morte per aver approfittato della sua ospitalità ricambiando con il furto di un bene prezioso come una delle sue splendide rose. Lo grazia solo se in cambio una delle sue figlie è disposta a subire il macabro destino al suo posto, gli dona un cavallo fatato che lo accompagnerà a casa e resterà in attesa di riportare lui o una delle sue figlie al castello. Il mercante fugge in sella al destriero bianco e fa ritorno a casa, raccontando poi ai figli ciò che gli è accaduto. Bella non vista decide di prendere il posto del padre, convinta che ciò sia accaduto solo per il suo stupido desiderio di possedere una rosa. Sale in groppa al destriero e si ritrova ben presto al castello dove incontrerà la bestia e il suo destino.
Il resto della trama è più o meno storia conosciuta, a eccezione forse del finale che, nel caso della pellicola di Cocteau prende una svolta leggermente differente dall’originale. Naturalmente il lieto fine è assicurato, come in tutte le favole che si rispettino, ma la magica trasformazione da Bestia in Principe in questo caso si avvale di modalità differenti. Innanzitutto Cocteau ha totalmente eliminato il famoso bacio, il cosiddetto bacio del vero amore, al quale si è ricorso in moltissime versioni della fiaba per la trasformazione, ma ha adottato una sorta di trasposizione e scambio tra Armando e la Bestia.
Facendo un passo indietro bisogna dire che Ludovico e Armando si sono recati al castello per uccidere la Bestia e, soprattutto, impossessarsi dei suoi averi ma tentando di entrare nel famoso padiglione di Diana (dove Bestia ha confessato a Bella essere nascosti tutti i suoi averi) Armando viene colpito da una freccia scoccata dalla statua della Dea stessa. Colpito da quella freccia muore trasformandosi a sua volta nella Bestia che, nel frattempo, si alza in piedi (con un effetto speciale, purtroppo bisogna dirlo, veramente ridicolo) e ha le sembianze di Armando. Una sorta di creazione del Principe Azzurro fatto su misura per Bella, con le sembianze e l’avvenenza di Armando (l’amore estetico) e il carattere e la personalità della Bestia (l’amore profondo dell’anima), insomma un Signor Uomo Giusto fatto su misura (e poi si dice che la bontà non viene ripagata). Il film si conclude con i due che si confessano il reciproco amore e un volo (letteralmente parlando) verso il cielo e le nuvole per raggiungere il regno del Principe. Cocteau ha scelto di concludere il film con un volo vero e proprio (i due si abbracciano e si alzano da terra attraversando le nuvole) probabilmente dando alla scena una valenza profondamente simbolica (il vero amore ha vinto e si eleva sopra tutto e tutti per distaccarsi dalle cose terrene, insomma una specie di e vissero felici e contenti alternativo e fantastico, onirico e visionario).
La Bella e la Bestia di Jean Cocteau viene considerata una tra le più belle pellicole realizzate, che hanno rappresentato questa favola rimaneggiata ormai in tutte le salse e in tutte le versioni. A livello letterario esistono migliaia di tipologie di libri, sia per bambini che per adulti, ma anche la settima arte ha dato un contributo notevole alla diffusione di questa immortale storia d’amore, la più recente in ordine di tempo è quella francese di Christophe Gans, uscita nel 2014, con Léa Seydoux e Vincent Cassel (anche questa versione ha apportato qualche modifica alla versione originale soprattutto per quanto riguarda i personaggi e, mi permetto di esprimere un’opinione del tutto personale, devo dire mi ha deluso non poco). Ne sono state realizzate pellicole di tutti i tipi e nelle versioni più fantasiose, senza escludere le pellicole animate, anche loro spesso rimaneggiate e modificate, tra cui la più famosa è stata quella della Disney del 1991 che è entrata a far parte dell’immaginario collettivo ed eletta a rappresentante della versione più fedele della storia originale anche se, nella versione animata, sono state apportate diverse modifiche alla favola tra cui alcune prese direttamente dal film di Cocteau (vedi il pretendente di Bella che nella versione animata si chiamava Gaston e nella fiaba originale non è mai esistito). La Bella e la Bestia, inoltre, è stata rivisitata anche per la televisione, ne sono state create alcune serie TV, tra cui quella realizzata negli Stati Uniti tra il 1987 e il 1990 Beauty and the Beast, con Linda Hamilton e Ron Perlman e (sempre made in USA) Beauty and the Beast con Kristin Kreuk e Jay Ryan. Entrambe le serie, pur mantenendo il messaggio di fondo, hanno completamente snaturato la versione originale trasportandola in epoca moderna.
Il senso profondo di questa storia, però, indipendentemente dal numero di versioni (e di modifiche apportate) non cambia ed è l’elisir di lunga vita de Bella e la bestia, non solo l’atavica guerra tra il bene e il male viene sempre vinta dal bene (e chi ha fatto del male deve pagare per le proprie colpe, elemento comune di tutte le versioni) ma il messaggio profondo e intenso è quello di scavare sotto la superficie, non fermarsi alle apparenze, anche dietro a un aspetto mostruoso si può nascondere un’anima pura come un giglio. Ed è il messaggio che anche Jean Cocteau ha voluto trasmettere con questo suo piccolo gioiello della cinematografia, firmandolo con la sua cifra stilistica, dedita alla cura dei particolari e intellettuale, che contraddistingueva tutti i suoi lavori (da quelli letterari a quelli cinematografici), perché questo era, in sintesi Jean Cocteau, un intellettuale, versatile, eclettico, complicato e forse per certi versi poco comprensibile ma pur sempre geniale.
La Bella e la Bestia di Jean Cocteau è stato presentato alla prima edizione del Festival di Cannes (svoltosi dal 20 settembre al 5 ottobre 1946) e nello stesso anno vinceva il prestigioso premio cinematografico Louis-Delluc. Il regista scrisse anche la sceneggiatura di questo film ma durante le riprese dovette essere sostituito da René Clément (regista pluripremiato e molto attivo all’epoca) perché un fastidioso attacco di psoriasi lo costrinse a un ricovero ospedaliero inaspettato.
La fotografia della pellicola è stata affidata a Henri Alekan, che aveva un talento particolare per passare dal realismo alla poesia e che ha collaborato a lungo anche con Clément, un professionista in grado di essere al servizio del regista e, anche ne La Bella e la Bestia, ha dimostrato la sua capacità di creare effetti spettacolari giocando solamente con luci e ombre, creando pathos e suggestioni che non possono lasciare indifferente, aiutato indubbiamente dalle musiche di Georges Auric, che da bambino prodigio diventò un eclettico compositore e creatore di colonne sonore diventate famose anche a Hollywood. La commistione di questi due talenti (la fotografia di Alekan e la colonna sonora di Auric) unita alla magia, che inevitabilmente suscitano le pellicole girate in bianco e nero, supporta i passaggi interiori dei protagonisti e i loro profondi turbamenti e sentimenti.
La scenografia di La Bella e la Bestia non è per nulla banale. Alcune scelte, chiaramente firmate da Christian Bérard che aveva abbracciato uno stile neo-romantico disdegnando gli stili d’avanguardia e innovativi, sembrano apparentemente minimaliste (vedi il salone e la scalinata senza corrimano che porta alle stanze, sempre chiuse, di una sorta di piano superiore) e in netto contrasto con quello che era all’epoca lo stile anche degli arredamenti, al contrario aiutano a vivere la tensione della storia senza distogliere attenzione da uno sfondo troppo sfarzoso. La scelta degli esterni del castello (quasi in decadimento) è stata probabilmente adottata con lo scopo di rappresentare, quasi in modo speculare, l’anima interiore del protagonista che ha accettato la sua prigione e sta lentamente abbandonando l’idea di potersene un giorno liberare.
I costumi, creati dalla Maison Paquin e Pierre Cardin, sono credibili (consideriamo che è stata data una connotazione storica ma stiamo sempre parlando di un racconto che è favolistico e pertanto lascia la libertà a una eventuale deroga dalla precisione storica), molto ben fatti e idonei a permettere allo spettatore di identificare immediatamente la condizione dei personaggi (sia culturale, che sociale).
Indubbiamente merita un plauso speciale il trucco della Bestia interpretata da (che recita anche nel ruolo di Armando e del Principe). L’attore doveva indossare un abito fatto in vera pelliccia di animale, attaccato al corpo con collanti che ne rendevano estremamente difficile il distacco a fine riprese, costringendo Marais a incredibili torture giornaliere sia per il costume che per il trucco, per il quale si doveva sottoporre a ben cinque ore di sala trucco per rendere il personaggio.
Gli effetti speciali ne La Bella e la Bestia sono indubbiamente buoni (considerando le possibilità dell’epoca) e a tutt’oggi di un certo effetto. Alcune scene sono state realizzate facendo girare la pellicola al contrario e rimontate nel verso opposto per poter dare l’effetto desiderato, ad esempio la scena in cui il padre di Bella entra nel castello e le candele si accendono da sole al suo passaggio è stata realizzata facendo camminare l’attore all’indietro spegnendo al contempo le candele, per poi rimontarla al contrario, un trucco che ad un occhio attento non sfugge perché se si osserva bene la scena successiva, nel camino le fiamme ardono al contrario. Con lo stesso trucco è stata girata anche la scena in cui Bella esce dalla parete tornando a casa grazie al guanto magico di cui la Bestia le fa dono.
La recitazione denuncia un po’ il tempo che è trascorso dalla realizzazione di questa pellicola. Jean Marais e la giovane Josette Day sono ottimi nelle loro parti ma, come era comune all’epoca, un po’ forzati e teatrali soprattutto nei momenti di pathos e struggimento interiore (vedi gli svenimenti di Bella o quando la fanciulla si tormenta per non dare un dolore alla Bestia continuando a rifiutare di diventare sua moglie, per non parlare della furia trattenuta della Bestia quando urla alla giovane di non guardarlo negli occhi perché non riesce a sopportare il suo sguardo), il tutto è naturalmente supportato da una buona sceneggiatura ma chiaramente datata nei dialoghi che oggi potrebbero suonare un po’ falsi.
Naturalmente il tutto deve essere contestualizzato con il periodo di realizzazione della pellicola e lo stile tipico che era la scelta di Jean Cocteau, in questo caso molto lontana dalla rappresentazione realistica di eventi ed emozioni, una narrazione permeata di teatralità e forti passaggi interiori, il tutto condito con simbolismi quasi onirici per rafforzare il messaggio di fondo (per esempio quando Bella al capezzale del padre piange diamanti e ne fa dono al genitore, a simboleggiare che l’anima della fanciulla è talmente pura e preziosa da diventare un tesoro tangibile e reale).
Un film, questo La Bella e la Bestia, che meriterebbe una visione e un’analisi approfondita ma che, volendo, si presta anche a una lettura più leggera, dove è perfettamente riuscita la valorizzazione degli elementi presenti nella fiaba originale come la magia, i buoni sentimenti e il sogno. Il bene vince e l’amore trionfa su ogni tipo di male o cattiveria. Insomma una versione della favola classica leggermente modificata o implementata di elementi che, peraltro, sono stati poi ripresi in altre versioni tra cui quella disneyana, ma che non delude, anzi offre nuovi spunti di interpretazione per una trama che ha resistito per secoli ed è destinata a resistere imperitura nel tempo.

Love in the afternoon di Billy Wilder, quando la commedia si sposa con la settima arte

Oggi vi voglio parlare di settima arte, con questa rubrica che parlerà di cinema, fiction & books, con approfondimenti e curiosità. E oggi vi parlo di nuovo di quel fenomeno meraviglioso che porta un libro a diventare pellicola. Una forma di arte come quella della parola scritta a trasformarsi in un’altra arte, quella delle immagini e del linguaggio cinematografico. E la scelta, questa volta, è caduta su un libro che non è proprio conosciutissimo ai più. Sto parlando di Ariane, jeune fille russe, romanzo del 1920 a firma di Claude Anet (al secolo Jean Schopfer), scrittore e giornalista francese vissuto tra il 1868 e il 1931. Schopfer nei primi anni del ‘900 ha abbandonato la sua attività di tennista per dedicarsi alla scrittura.
E il film di cui voglio proporre un approfondimento oggi è Arianna (titolo originale Love in the afternoon) è una deliziosa commedia sentimentale diretta dal talentuoso e prolifico Billy Wilder nel 1957, che con le sue atmosfere black & white fa ancora sognare i più romantici e gli amanti dell’amore a lieto fine. Il soggetto, come già anticipato, è tratto dal romanzo di Claude Anet. E dobbiamo anche precisare che dallo stesso romanzo il regista Paul Czinner aveva già tratto un film in versione francese nel 1932.
Siamo a Parigi, città dell’amore e del romanticismo accentuati dall’atmosfera fine anni ’50. Arianna è una giovane studentessa di conservatorio, romantica e sognatrice, che vive con il padre, l’investigatore privato Claude Chavasse e che ha l’abitudine di ficcare il naso in continuazione tra le scartoffie nell’ufficio del padre che sta seguendo il caso di un marito tradito. L’uomo incapace di accettare il tradimento della moglie è intenzionato a uccidere il di lei amante, Frank Flannagan, famoso miliardario che riempie le fotografie di tutte le riviste scandalistiche con le sue avventure romantiche con donne di ogni tipo. Il dongiovanni risiede in un prestigioso albergo di Parigi come ogni anno in quello stesso periodo e ha un appuntamento proprio con la moglie fedifraga, ignaro di ciò che il cliente di Chavasse ha intenzione di fare. Arianna, decisa a vestire i panni dell’eroina, si prodiga per salvare l’uomo e si reca all’albergo dove viene erroneamente scambiata da lui per una scafata ed esperta donna di mondo. La dolce Arianna sensibile al fascino dell’uomo come tutto il popolo femminile di Parigi e non solo (a quanto sembra), non smentisce chiarendo l’equivoco e comincia un bizzarro gioco di seduzione che porterà l’attempato dongiovanni a cedere a un sentimento dal quale fino a quel momento era riuscito a sfuggire.
Immancabile arriva il lieto fine, poco realistico ma degno delle commedie di Billy Wilder. Forse uno dei motivi per cui il regista a tutt’oggi non è ancora scivolato nel dimenticatoio, al contrario, le sue pellicole sono un balsamo per le anime più romantiche e per gli stoici impenitenti dell’happy end. D’altronde i buoni sentimenti, si sa, non scadono mai e resistono al logorio del tempo che passa.

Arianna ha il viso di porcellana e lo sguardo profondo della mai dimenticata Audrey Hepburn, già consacrata come star dalle precedenti interpretazioni di Sabrina e Vacanze romane, rimaste nella storia del cinema e nell’immaginario collettivo come esempi di favola romantica. Anche nel ruolo della giovane studentessa (che dovrebbe essere ingenua ma si rivela una seduttrice degna delle donne con cui Flannagan tratta abitualmente) convince dimostrando il suo talento e la sua espressività, senza mai scivolare dall’alto della sua innata eleganza e senza perdere il suo fascino, che non scende mai di tono.
Come non scende mai di tono il ritmo del film, costruito su gag spesso maliziose ma sempre garbate e intelligenti, sull’ironia tipica della cifra stilistica del brillante ed eclettico regista e, non da ultimo, sulla recitazione di un cast veramente stellare.
Gary Cooper, nei panni del tombeur de femmes Frank Flannagan, affascinante e virile come sempre, convince appieno riuscendo a tratteggiare un personaggio maschile, che dovrebbe risultare quantomeno antipatico tanto è scandaloso, dandogli una veste talmente umana e romantica (soprattutto quando comincia a lasciarsi vincere dai sentimenti facendosi addirittura dominare dalla gelosia) da costringere il pubblico a solidarizzare con un uomo distrutto dalla frustrazione di non poter avere completamente l’unico vero oggetto dei suoi desideri.
Da non perdere la scena in cui Flannagan rinuncia a una focosa (a quanto lui stesso fa intendere) compagnia femminile e si strugge l’anima ascoltando la registrazione della voce di Arianna, non presente perché i loro appuntamenti si svolgono solamente nel pomeriggio (da cui il titolo originale In the afternoon), si ubriaca dando fondo a tutte le bottiglie di champagne e non solo presenti nella stanza, mentre il complesso di musicisti tzigani (onnipresente per tutta la pellicola) è costretto a suonare per tutta la notte la canzone Fascination (tema musicale del film). Un mix di comicità e romanticismo degni del miglior Wilder.
Maurice Chevalier, come sempre charmant, affascina il pubblico con l’interpretazione di un padre premuroso e desideroso di concedere alla figlia un futuro degno di una principessa. La classe francese innata nell’attore e già dimostrata ampiamente con film come Gigì, lo porta a rendere il personaggio di Claude Chavasse non come il classico investigatore a cui ci ha abituato soprattutto la filmografia americana, ma come una sorta di cavaliere dedito alla giustizia dotato di una discrezione quasi inglese. Non manca di ripetere spesso ad Arianna quanto siano importanti i valori della sincerità, della correttezza e dell’onestà, valori che Chavasse dimostra ampiamente anche quando, con noblesse oblige, incassa il colpo scoprendo le bugie che la figliola gli ha raccontato per celare la scandalosa relazione con Flannagan.
Bellissima la scena, che racchiude forse tutta la personalità dell’investigatore, in cui Chavasse si reca dal dongiovanni (che gli ha precedentemente affidato l’incarico di scoprire la vera identità della sua amante pomeridiana) e gli mostra i risultati delle sue indagini invitandolo ad avere l’accortezza di abbandonare quella giovane donna per darle la possibilità di avere ancora un futuro sentimentale, prima che quell’amore possa comprometterla in modo irreparabile. Antiquati valori cavallereschi che, in fondo, colpiscono ancora.

Con questa brillante commedia sentimentale Billy Wilder ha probabilmente tentato di bissare il successo che aveva precedentemente riscosso con Sabrina ma, forse complice un personaggio femminile meno ingenuo oppure quella spruzzata di cinismo che pervade la storia, Arianna ha avuto un riscontro decisamente inferiore anche se questa pellicola merita di essere annoverata tra le chicche da collezionista (per chi ama il genere ovviamente).
La colonna sonora di Arianna è composta dalle musiche di Richard Wagner e Franz Waxman ma, come già citato, il tema musicale principale della pellicola è il valzer lento Fascination, opera di Fermo Dante Marchetti (o Dante Pilade Marchetti), talentuoso e apprezzato compositore italiano trasferitosi a Parigi. Marchetti la compose nel 1904 e all’inizio del Novecento divenne il motivo più ballato anche alla corte italiana, composta originariamente in versione solo strumentale il Marchetti dovette in seguito accettare la stesura di un testo di Maurice de Feraudy (c’era di mezzo una donna ovviamente), la canzone però scivolò nel dimenticatoio portandosi dietro la superstizione della sfortuna a causa del suo titolo originale Malombra, la produzione ne acquistò i diritti e cambiò il titolo. La musica era già stata utilizzata nel 1932 come tema musicale del film La casa della 56ª strada di Robert Florey.
La fotografia del film è sufficientemente curata e, naturalmente, il bianco e nero contribuisce ad ampliare la suggestione, rendendo le ambientazioni (sia Parigi che gli interni, dove si svolgono la maggior parte delle scene) una cartolina nostalgica di altri tempi, altra caratteristica che rende imperituri e affascinanti le pellicole di quel periodo.

Il film purtroppo, come già detto, non ha raccolto i consensi delle ben più conosciute interpretazioni di Audrey Hepburn, quali Sabrina nell’omonimo film, la principessa Anna nel cult Vacanze Romane di William Wyler o la spumeggiante e incontenibile Holly Golightly in Colazione da Tiffany di Blake Edwards, ma si deve riconoscere che per gli appassionati resta un film da annoverare nella propria collezione. La pellicola ha avuto, inoltre, una riedizione ridotta (a 125 minuti) che è stata ridistribuita sul mercato nel 1961 con il titolo Fascination.
Insomma una storia ben congegnata, forse un po’ semplicistica nella trama ma efficace come sempre consente di essere una trama semplice che, supportata dall’ottima recitazione e la ben costruita sceneggiatura, non delude mai.

Diego Galdino: quando un uomo scrive libri d’amore al profumo del primo caffè del mattino

Bentornati anche oggi nel mio Salotto per accogliere uno scrittore impegnatissimo che ringraziamo già per il tempo che ha deciso di dedicarci comunque. Sto parlando di Diego Galdino. Che tutti abbiamo imparato a conoscere attraverso i suoi romanticissimi libri che parlano d’amore, di persone, di sentimenti e anche di donne. Che ha incantato il pubblico con il suo primo romanzo Il primo caffè del mattino pubblicato da Sperling & Kupfer. Incanto che ha continuato a perpetrarsi con le sue pubblicazioni successive. Mi arrivi come da un sogno e Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi.
Tradotto in diversi paesi esteri, dove è altrettanto apprezzato, in aprile uscirà con il suo nuovo romanzo. Che sicuramente ci farà battere il cuore come i precedenti.
Classe 1971, romano, Diego Galdino, come il protagonista del suo romanzo d’esordio, ogni mattina apre il suo bar in centro. Prepara caffè fantasiosi, shekera, scambia battute con i clienti e, soprattutto, trova il tempo di scrivere, attività che dichiara essere la sua vera grande passione.
Sorriso solare e un accenno di timidezza nello sguardo così vediamo Diego Galdino la prima volta e lo facciamo accomodare nel nostro Salotto pronti con tè, pasticcini e domande alla mano.
E dopo questa breve presentazione lasciamo la parola proprio a Diego per raccontarci un po’ di sé e un po’ del suo lavoro di scrittore.

Come prima cosa ringrazio Diego per aver accettato il mio invito nel mio Salotto. E ora comincerei subito con una domanda di rito. Diego Galdino, scrittore di libri sentimentali. Non si vede tutti i giorni un uomo che legge storie d’amore, figuriamoci uno che ne scrive. Raccontaci un po’ di questa tua scelta. Quando e perché hai cominciato a scrivere? ma, soprattutto, quando e perché hai scelto di raccontare storie d’amore?
Salve a tutti, vorrei ringraziare la padrona di casa per avermi dato ospitalità, per me è un piacere rispondere a queste domande. Ho iniziato a scrivere consapevolmente a ventinove anni, dopo aver fatto un viaggio per vedere se il posto descritto in libro fosse davvero così bello come lo descriveva l’autrice. Per chi si stesse domandando di quale romanzo si tratti, è I cercatori di conchiglie di Rosamunde Pilcher, che è ambientato in Cornovaglia. Ho scelto di raccontare storie d’amore dopo aver letto il romanzo di Nicholas Sparks Le pagine della nostra vita, perché rimasi affascinato, rapito da questo amore oltre… oltre il tempo, oltre la malattia, oltre le difficoltà. Ogni volta che scrivo un romanzo d’amore per me è una sfida con questa pietra miliare della letteratura romantica, che per il momento continua a vincere Noah.

Ti aspettavi il successo che Il primo caffè del mattino ha riscosso oppure ti ha colto di sorpresa?
Sinceramente se mi avessero detto guarda che questo romanzo sarà letto in otto paesi europei, in Sudamerica e ci faranno un film, mi sarei messo a ridere. Il mio agente letterario un giorno mi disse… Questo romanzo sembra magico, sembra avere intorno a se un’aura positiva, una vita propria, che gli permette di arrivare in breve tempo dove ad altri ci vogliono vite intere.

Dopo Il primo caffè del mattino sono arrivati altri romanzi, tutti successi e tutti dello stesso genere. Ma tu non hai mai lasciato il tuo lavoro principale. Come il tuo protagonista lavori in un bar e vivi a contatto con la gente tutti i giorni. Quanti spunti per i tuoi romanzi ti arrivano dalla tua quotidianità?
Nel bar dove lavoro ci sono nato, nel vero senso della parola, ho imparato a camminare, ho vissuto tutte le esperienze più importanti della mia vita, è il posto dove passo gran parte delle mie giornate, per me è casa da sempre… e ovviamente ha ispirato il mio primo romanzo Il primo caffè del mattino, ma a dire la verità forse è il romanzo che meno mi rappresenta come scrittore, perché in realtà io scrivo per evadere dal mio contesto quotidiano cercando di fare attraverso i protagonisti delle mie storie tutte quelle cose che io non riesco o non posso fare nella realtà. Quindi l’ispirazione per le mie storie di solito arriva da altri posti che con il caffè hanno poco a che vedere.

Che effetto ti ha fatto sapere che dal tuo primo romanzo ne avrebbero tratto un film?
Come dice il mio agente letterario Il primo caffè del mattino è magico, di sicuro un film tratto da un mio romanzo è per me la sublimazione del sogno, visto che io sono un grande appassionato di cinema, ma i tempi saranno lunghi, quindi ci vorrà tanta pazienza e fiducia.

Raccontaci un po’ la tua esperienza durante la realizzazione del film. Hai contribuito alla sceneggiatura? e, se sì, racconta ai lettori le differenze e/o difficoltà riscontrate tra la stesura di un romanzo e quella di una sceneggiatura per un film.
Per il momento posso dire che è una bellissima esperienza, visto che già partendo dalla sceneggiatura mi sono potuto confrontare con uno dei più bravi ed importanti sceneggiatori italiani, sapere che Vittorio Moroni stia lavorando per adattare una tua storia per il grande schermo è già per me una grande soddisfazione, ed ho apprezzato il fatto che lui potesse essere interessato al mio parere in merito al suo lavoro. Sicuramente è molto difficile trarre una sceneggiatura da un romanzo, perché non tutte le scene del libro sono realizzabili cinematograficamente e perché ridurre tutto ciò che accade nella storia in due ore di film richiede un grande lavoro di scrittura viva intesa come capacità di tradurre le parti più importanti in immagini, tralasciandone altre senza nulla togliere alla bellezza del romanzo e susseguentemente del film.

Diego Galdino è ormai famoso. Ma a differenza di altri scrittori che possono sottrarsi al proprio pubblico ha poche possibilità di farlo proprio a causa del suo lavoro al bar che è un altro modo di essere sempre alla mercè delle persone. Praticamente la tua privacy è ridotta all’osso, se così possiamo dire. Quanto questo è lusinghiero e gratificante? e quanto può diventare una prigione?
Famoso è una parola grossa, comunque a me piace interagire con i miei lettori, anche perché io considero le persone che leggono i miei romanzi degli amici, visto che mi danno fiducia senza nemmeno conoscermi e con i tempi che corrono in cui anche prendere un caffè al bar può essere un qualcosa a cui si rinuncia per necessità, non è poco. Anzi per me è molto lusinghiero e gratificante.

Essere un uomo che scrive romanzi rosa. Quanto si è dimostrato un privilegio? e quanto una limitazione, anche a causa di alcuni pregiudizi (purtroppo ancora radicati) che associano la scrittura rosa a un mondo prevalentemente femminile?
Come ho spiegato durante la manifestazione Firenze Libro Aperto durante il dibattito sulla letteratura femminile, quando mi viene chiesto che genere di libri scrivo, io rispondo romanzi d’amore, perché trovo riduttivo usare un colore solo per l’argomento più importante e complesso di cui si possa scrivere. C’è un bellissimo passaggio in Persuasione di Jane Austen che dice… SAREI DAVVERO DA DISPREZZARE, SE OSASSI PENSARE CHE IL VERO AMORE E LA COSTANZA SONO PREROGATIVE SOLO FEMMINILI. È vero che in Italia i romanzi d’amore sono scritti prevalentemente da scrittrici, di grande qualità aggiungerei, ma se andiamo a vedere nel mondo gli scrittori di romanzi d’amore più letti sono uomini, mi vengono in mente Nicholas Sparks, Marc Levy, Evans, Mussò. Io scrivo romanzi d’amore non perché mi va di farlo, ma perché sento di doverlo fare…

E restiamo sulla tua scrittura. Come scrive Diego Galdino? arriva l’idea e prende appunti poi traduce in trama? si organizza uno schema? oppure scrive di getto?
Nel film Scoprendo Forrester uno scrittore di fama mondiale spiega al suo pupillo che scrivere non è pensare, è scrivere, che la prima stesura va scritta senza nemmeno guardare sul foglio cosa si sta scrivendo, non devi pensare, devi solo scrivere, nemmeno con il cuore, ma con la pancia, ecco io faccio esattamente così.

E quando scrive Diego Galdino? di giorno? di notte? nei ritagli di tempo? oppure si impone un tempo durante la giornata per la scrittura?
Da sempre per scrivere io mi sveglio la mattina alle quattro, scrivo per un’ora e mezza, poi mi travesto da barista e scendo a fare i caffè… poi se mi viene qualche idea tra un caffè e l’altro me l’appunto sul cellulare e la sera dopo cena mi metto al computer e la sviluppo.

Ti è mai capitato di avere un momento di crisi creativa oppure, come la definirei io, organizzativa durante la stesura di uno dei tuoi romanzi? ad esempio arrivare a un punto e dire: mi sono incartato, da qui non ne esco. Se sì come l’hai superata? e se ti è capitato, hai mai abbandonato la stesura di una trama? magari anche con l’intento di riprenderla forse in un futuro?
Mi trovo in difficoltà a rispondere a questa domanda perché non vorrei sembrare presuntuoso, ma sinceramente non ho mai avuto nessuno dei problemi che mi hai elencato. Forse ciò è dovuto al fatto che quando inizio a scrivere un romanzo io abbia già nella testa tutta la storia dalla prima all’ultima scena, è come se avessi visto un film e lo raccontassi ad una persona che non può vederlo. A dire la verità se io avessi la possibilità di fare solo lo scrittore credo che scriverei un romanzo a settimana. Ho tante storie nella mia testa da raccontare, anzi nel mio cuore, anzi nella mia pancia.

Un consiglio agli aspiranti scrittori che hanno il famoso romanzo nel cassetto. Come provare a realizzare il proprio sogno di pubblicazione?
Agli aspiranti scrittori dico di non smettere mai di crederci, quando mi fanno questa domanda rispondo sempre raccontando la barzelletta del fedele che va in chiesa tutti i giorni per chiedere a Dio di fargli vincere la lotteria, e alla fine Dio esasperato gli dice… ma se tu non compri il biglietto come faccio a farti vincere? Ecco forse in Italia arrivare al successo letterario o a scrivere per un’importante casa editrice è come vincere la lotteria, ma se non scrivi sarà sicuramente impossibile che ciò possa accadere.

E ora passerei a Diego lettore. Sei onnivoro? oppure prediligi un genere? ebook? oppure cartaceo?
Leggo di tutto a parte l’horror, sono un tipo impressionabile, e per ogni genere ho il mio scrittore preferito, come Manfredi, Grisham, Follet, Rollins, Nesbo, Larsson, ma ovviamente prediligo il genere romantico, con Nicholas Sparks su tutti. Io faccio collezione di prime edizioni, adoro sentire il profumo della carta consunta dal tempo, e sfiorare quelle pagine pensando a chi le ha sfogliate prima di me, ho edizioni dell’ottocento, con tanto di dedica alla persona a cui fu regalato, e leggendola immagino chi possa essere stata Miss Fanny, è come se il libro mi raccontasse un’altra storia.

Un libro che hai letto e che rileggeresti più e più volte. E un libro, se esiste, che ti fa pensare: se lo avessi saputo evitavo di perdere tempo. Oppure che hai abbandonato senza mai più avere la tentazione di finirlo.
Il libro che rileggerei sempre è Persuasione di Jane Austen credo che sia da considerarsi il precursore di tutti i romanzi d’amore moderni. A l’altra domanda preferisco non rispondere per rispetto di chi scrive… anche se devo confessare che in Anna Karenina ho fatto il tifo per il treno…

E ora una curiosità personale, ma forse anche dei miei lettori. Durante la stesura di un romanzo: sottofondo musicale sì o no? e se sì cosa ascolti?
Mentre scrivo entro nella storia, interagendo con tutti i miei personaggi, quindi se sentissi della musica mentre sto scrivendo, non sentirei cosa mi dicono loro.

E siamo giunti alla conclusione anche con questa intervista. Anche se, in tutta sincerità, di domande ne avrei ancora tante per cui se ti fa piacere rinnovo anche a te l’invito per un altro incontro qui nel mio salotto.
E ora la domanda di rito. Progetti per il futuro. Parlaci un po’ del tuo nuovo romanzo che presto vedrà la luce. E, se puoi, dacci qualche anticipazione.
Ti ringrazio ancora per l’ospitalità, quando vorrai offrirmi un tè nel tuo salotto lo berrò sempre volentieri. Riguardo il mio ultimo romanzo che uscirà il 24 Aprile, non posso dire ancora molto, ma posso consigliare di seguire la mia pagina facebook, dove qualcosa è già stata velatamente detta… di sicuro sarà un romanzo d’amore composto da tutti i colori, forse il più emozionante che io abbia scritto fino adesso.

Grazie a te Diego per aver accettato il mio invito e averci raccontato un po’ di te. E adesso siamo proprio giunti al termine.
E, prima di salutare anche voi lettori, colgo l’occasione per ricordare che potrete trovare una bella recensione dell’ultimo romanzo di Diego Galdino, Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi, cliccando qui: Sognando tra le righe.

 

Elisabetta Cametti, la regina del thriller italiano. Bella, bionda e con licenza di scrivere…

Bentornati nel mio Salotto per accogliere anche oggi un’ospite veramente speciale. Anche questa volta sto parlando di una donna e, anche questa volta, sto parlando di una scrittrice, Elisabetta Cametti.
Lunghi capelli biondi, due splendidi occhi azzurri, un aspetto quasi angelico. Ma dietro alla sua bellezza acqua e sapone si nasconde ben altro. Una donna determinata, forte e di talento. Ma, sopratutto, una scrittrice. Definita la regina del thriller italiano, Elisabetta Cametti scrive di omicidi. E scrive di donne. Donne protagoniste, in storie al cardiopalma. Donne che sono la chiave fondamentale per risolvere gli efferati omicidi che si trovano tra le mani. Elisabetta Cametti è arrivata al suo quarto romanzo, Caino, secondo volume della serie 29 dopo Il Regista entrambi pubblicati per i tipi di Cairo Editore. Dopo altri due romanzi, K – I Guardiani della Storia e K – Nel Mare del Tempo, della serie K. Apprezzatissima dal suo pubblico, i suoi libri sono tradotti all’estero e vendutissimi nel nostro paese. Per scrivere le sue storie prende spunto da reali fatti di cronaca, che lei stessa commenta come opinionista nella trasmissione Mattino 5, in onda sulle reti Mediaset.
Dopo questa breve introduzione, facciamo accomodare Elisabetta e la deliziosa Tremillina (la sua inseparabile chihuahua) e lasciamole la parola. Anche perché confesso che io (e sono certa voi tutti) sono ansiosa di poterla conoscere meglio.

Da direttore generale alla DeAgostini, qualche anno fa decidi di cambiare vita e diventare scrittrice. È stata una scelta che stava maturando dentro di te da tempo? un desiderio sopito che hai colto l’occasione di realizzare? oppure un naturale evolversi della tua esperienza nel campo editoriale?
È stato un passo spontaneo, il percorso naturale dopo aver vissuto per anni in mezzo al profumo della carta stampata. Non ho smesso di fare il mio lavoro (sono uscita da DeAgostini per entrare nel gruppo internazionale Eaglemoss) e non ho mai pensato di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura… sono due passioni che possono convivere e che insieme nutrono la mia inesauribile voglia di creare. L’unica svolta è stata a livello emotivo: in questi ultimi anni ho lasciato che la scrittura assumesse un ruolo più importante nella mia vita.

Sei stata definita la regina del thriller italiano, genere spesso e volentieri associato a scrittori maschi, appassionata di cronaca e opinionista a Mattino 5 proprio in merito a casi di cronaca irrisolti. Insomma che sia stata la tua passione e la tua curiosità intellettuale a portarti sulla strada delle trame thriller è piuttosto chiaro ma le idee come nascono? sappiamo che prendi spunto da casi di cronaca veri però ci piacerebbe sapere con che criterio scegli, quale molla scatta perché la tua scelta cada su un caso piuttosto che su un altro?
Le mie storie nascono dai personaggi: sono loro l’essenza di tutto. Costruisco la trama proprio partendo dalle loro caratteristiche individuali e dai messaggi che intendo trasferire. L’obiettivo finale è sempre mostrare al lettore le diverse facce dell’uomo, e cosa si può arrivare a fare per passione, amore, ambizione. Perché alla forza di volontà e alla follia non c’è limite. Nel bene e nel male.

E anche il tuo quarto libro ha visto la luce. Tutti successi di pubblico, tanto da essere tradotti e diffusi anche all’estero. Tutte le protagoniste sono donne. Perché questa scelta? quanto c’è di te nei tuoi personaggi?
Perché mi piace pensare che i miei romanzi non siano thriller e basta. Adoro scrivere trame complesse, ricche di personaggi le cui storie si intrecciano, di misteri che mentre si dipanano conducono a nuovi enigmi, di sentimenti ed emozioni che facciano riflettere. Sono convinta che una protagonista femminile possa muoversi meglio attraverso tutte queste sfaccettature. E preferisco creare personaggi seriali, per poter fare un lungo tratto di strada insieme a loro.
Così sono nate Katherine Sinclaire e Veronika Evans.
Veronika è una fotoreporter determinata a portare alla luce le ferite dell’emarginazione e dei reati ambientali.
Katherine è una manager dell’editoria, che passa da una riunione strategica all’altra e a causa della sua dedizione al lavoro si trova coinvolta in un intrigo archeologico dove rischia di perdere la vita.
Sono due donne molto diverse nell’aspetto, nel modo di ragionare, nell’approccio alla quotidianità. Tuttavia hanno un punto in comune: entrambe si fanno portavoce di messaggi importanti, quelli in cui io credo. Katherine lotta per l’integrità e per la difesa di ogni forma di vita. Veronika denuncia l’indifferenza. Tutte e tre viviamo in una società corrotta e ci adoperiamo per cambiarla.

Dopo la serie K, hai deciso di iniziare questa nuova serie, la serie 29. Numero simbolico nel mondo degli omicidi seriali, un’idea interessante che merita di essere approfondita. Potresti spiegarci meglio questo simbolismo?
Nel simbolismo il 29 è il numero delle avversità e degli ostacoli, ed è rappresentato dalla bara. Inoltre è un numero che torna nelle statistiche di omicidi seriali: ci sono stati serial killer che hanno compiuto il primo omicidio a 29 anni, il numero medio di vittime di alcuni serial killer è 29, negli Stati Uniti il 29% dei serial killer è itinerante, il 29% dei serial killer donna uccide a casa propria, e così via. Quindi Il Regista prevede 29 ore serrate di interrogativi, attentati e minacce. E in Caino il 29 è una data. Nel prossimo romanzo della serie ci saranno 29 oggetti misteriosi.

In questi due primi capitoli della serie 29, Il Regista e Caino, la protagonista è Veronika Evans, una fotoreporter agguerrita e dura. Una donna decisa, determinata e impossibile da fermare quando ricerca la verità. Però nasconde una fragilità, tanto da renderla dipendente dai medicinali. Per quale motivo la scelta narrativa di umanizzarla a tal punto da renderla addirittura debole?
Quando un romanzo si ispira ai casi di cronaca, la sfida più grande è riuscire a rendere reale la fiction. Per questo le mie protagoniste sono donne vere, intense. Lontane dalla perfezione e calate nella realtà che ci circonda. Donne che sbagliano, che urlano, che cadono e si rialzano… donne che non vogliono essere un riferimento per i canoni estetici ma per la determinazione nel dare un senso a ogni momento.

Un’altra domanda in merito a questo secondo volume della serie 29. In questo romanzo si evince una tua particolare sensibilità animalista. Mi confermi che esiste questa sensibilità? e se sì, è una cosa che ti è maturata nel tempo oppure fa parte del tuo back ground personale da sempre?
Sono cresciuta in una famiglia dove il rispetto per la natura è prioritario. I miei genitori mi hanno insegnato che non esiste niente di più importante del salvare una vita… e ogni giorno cerco di dare il mio piccolo contributo.

E adesso una domanda che è più una curiosità. Il tuo pubblico di lettori è prevalentemente maschile o femminile?
Femminile, ma per un motivo semplice: le donne leggono molto più degli uomini.

Una scrittura, la tua, asciutta e tagliente. Priva di fronzoli inutili o passaggi ridondanti ma decisamente incisiva e accattivante. Quanto c’è di talento innato e quanto di lavoro di cesello per migliorare la tua cifra stilistica?
Non esiste talento senza studio. E la forma è fondamentale per apprezzare il contenuto. Coco Chanel diceva che se una donna è mal vestita, tutti notano l’abito. Se elegante, tutti notano la donna. Vale lo stesso concetto per un romanzo: la trama non può fare a meno dello stile. Se dare vita a una storia dipende dalla creatività, trovare lo stile giusto dipende dallo studio, dall’approfondimento, dall’impegno, dalla voglia di imparare sempre e comunque. Scrivere è una grande palestra in cui i pensieri e le sensazioni si sommano con le esperienze e la tecnica. E si cresce solo se si ha l’umiltà di mettersi in gioco pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo.

Scrittrice ormai riconosciuta. Sicuramente grande lettrice. Che tipo di lettrice sei? molto legata al tuo genere oppure onnivora? se leggi altro che genere leggi?
Mi piace leggere di tutto, senza preferenza di genere. Le mie letture sono dettate dallo stato d’animo, e ho sempre più libri aperti nello stesso momento. Così anche per le serie televisive: spazio da Elementary a The Walking Dead, da Homeland a Grey’s Anatomy.

E sempre in merito alla lettura. Ebook? oppure cartaceo?
Entrambi. Anche se amo il rumore e il profumo della carta, devo ammettere che la versione digitale è comoda e permette di portarsi ovunque pagine e pagine di libri.

Donna impegnatissima. Ma quando Elisabetta Cametti trova il tempo di scrivere? di giorno? di notte? nei ritagli di tempo oppure si impone un tempo da dedicare alla scrittura?
Scrivo di notte e durante il weekend… sul divano, con Tremillina (la mia chihuahua) acciambellata sulle gambe e una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano.

Sappiamo che la serie 29 non è finita, ci sono ancora capitoli da scrivere e, soprattutto per i lettori, da leggere. Vorrei concludere con una domanda proprio in veste di lettrice. Pensi che continuerai a rimanere legata al genere thriller o pensi in futuro di poter sperimentare altri generi narrativi? ma, soprattutto, dopo la serie 29 c’è già altro in cantiere per noi?
Il prossimo romanzo sarà il terzo della Serie K: tornerà Katherine Sinclaire e si immergerà nei misteri di un altro periodo importante della nostra storia. Scriverò anche un romanzo ad altissima tensione in cui Katherine e Veronika si incontreranno. Ma in futuro vorrei scrivere una saga della genialità di Star Trek e della forza di The Games of Thrones.
Grazie per questa bella intervista! Domande davvero interessanti!

Grazie a te Elisabetta per aver accettato il mio invito e averci raccontato un po’ di te. E adesso siamo proprio giunti al termine.
Prima di darci appuntamento al prossimo ospite salutiamo Elisabetta Cametti, invitandola già per un’altra chicchierata nel mio Salotto (naturalmente l’invito è esteso anche alla dolcissima Tremellina). E, prima di salutare anche voi lettori, colgo l’occasione per ricordare il sito di Elisabetta www.elisabettacametti.com, la sua pagina facebook www.facebook.com/ElisabettaCametti e il sito dell’editore www.cairoeditore.it/libri.

Cora graphics e le sue cover, perché un libro non lo fa solo lo scrittore

Ed eccoci anche oggi ne Il salotto di Ceci Simo per accogliere un’altra ospite speciale. E per questo  incontro ho scelto una sempre una professionista, non una professionista della parola, se così possiamo dire, non una scrittrice ma una grafica. Una di quelle persone creative e spesso geniali che mettono a disposizione la loro arte per realizzare, nel suo caso, cover. Un’artista nell’ombra, per cui. Una di quegli artisti che creano la giusta copertina per un libro. Spesso le persone non sanno nemmeno come siano fatte, ma il loro lavoro determina buona parte le sorti di un volume. Sto parlando di Cora, freelancer che ha creato un’attività, la Cora graphics, per poter mettere a disposizione la sua arte all’editoria.
Se date un’occhiata al sito coragraphics.it sono certa che rimarrete affascinati dalle cover che scivolano davanti ai vostri occhi. Perché la cover di un libro è uno degli elementi fondamentali per il suo successo. Importantissima la qualità di un volume, non vi è dubbio, ma anche l’occhio vuole la sua parte. E la copertina di un libro, spesso, è determinante perché il lettore decida di acquistarlo e leggerlo.  Un lavoro duro e pesante, spesso ripetitivo e monotono (al contrario di chi pensa che creare una copertina sia una passeggiata di tutto riposo) oltre a essere di importanza vitale per il successo di un libro, la copertina è anche una sorta di carta d’identità del libro stesso. Parla del libro ancor più della sinossi perché oltre a raccontare una storia deve suscitare quelle emozioni recondite che solo un effetto visivo può suscitare. E da lì il passo che porta il lettore all’acquisto è veramente breve. Per cui impatto emotivo, eleganza, bellezza, i colori giusti, gli elementi giusti, oltre che un contenuto che trasmetta al lettore il messaggio, questi sono gli elementi che una copertina deve contenere. E per raggiungere il risultato finale, molto spesso, si affastellano ore di lavoro e idee che devono prendere forma e diventare la cover vera e propria.
Per questi e per tanti altri motivi ho deciso di aggiungere nelle mie interviste ospiti che si occupano anche dei retroscena (editori, creativi, editor, ecc.). Non solo scrittori che ci mettono la loro storia e spesso la loro faccia. Ma anche chi aiuta questi scrittori a realizzare la loro creatura e poterla proporre a chi la leggerà. Perché il successo di un libro non lo fa solo lo scrittore e il suo talento. Un libro non nasce solo dalla fantasia di una persona. Quella è la scintilla. Poi questa scintilla deve diventare libro. E lo scriverlo, questo libro, è solo l’inizio. Se non ci fosse tutto il resto il libro rimarrebbe solo una bellissima idea ma non arriverebbe mai al lettore.
Ma ora basta tediarvi e lasciamo la parola a Cora che ci racconterà un po’ del suo lavoro.

Come prima cosa un ringraziamento a Cora per aver accettato il mio invito ed essere qui con me concedendomi un po’ del suo tempo. Abbiamo il tè e i pasticcini e direi che possiamo cominciare subito con una domanda di rito. Immagino che il tuo lavoro nasca da una passione, quella per la grafica, ma il settore ti avrebbe offerto anche altre opportunità. Cosa ti ha portato all’editoria e alle cover di romanzi? casualità o scelta?
Ciao, grazie a te per questo invito, è sempre un piacere essere accolta con tè e pasticcini.
In realtà la mia vera passione è il disegno. Il primo lavoro che ho fatto era disegnare e dipingere oggettistica poi è arrivato il computer che ha stravolto positivamente la mia visione dell’arte. Da allora, passo dopo passo e, corso dopo corso, sono arrivata alla grafica. Quando ho iniziato a lavorare con il computer facevo la web designer in un piccolo studio del mio paese ma sapevo già che non era la mia strada. Arrivare alle copertine non è stata dunque una casualità ma una scelta.

Parliamo dei tuoi inizi. È stato difficile crearsi un nome e una credibilità nel settore? che tipo di difficoltà incontra un giovane di talento per poter mostrare ciò che vale e avere il diritto di lavorare in questo momento storico?
Non è mai facile ritagliarsi un posto in un settore competitivo come la grafica e, non è facile essere freelance. Questo è un lavoro in cui non si finisce mai d’imparare, quindi ci sarà sempre qualcuno migliore di te. Il nome non te lo fai solo con il talento, devi capire cosa puoi offrire al cliente, quali sono le tue potenzialità e sfruttarle al meglio. Bisogna essere umili, curiosi, e avere tanta voglia di lavorare perché solo così si può trasformare un hobby in un lavoro vero e proprio. Io sono ancora in fase di apprendimento, ho ancora molto da imparare.

Ed ora passiamo a una domanda tecnica. Quando devi realizzare una copertina preferisci leggere anche il libro interamente?
Sarebbe bello ma è impensabile, non ne avrei il tempo e non è nemmeno così necessario. Non sempre la copertina rispecchia una scena del libro, talvolta è solo un mix di elementi importanti.  Mi limito a leggere la sinossi e a collaborare con il cliente che mi fornisce tutti i dettagli di cui ho bisogno.

E sempre in merito alla domanda precedente. Quando arriva la richiesta da un cliente dà già le dritte per la realizzazione della copertina oppure si affida lasciandoti carta bianca e tiri fuori tu idee da proporre?
Alla richiesta del cliente segue la compilazione di un contratto pro-forma che permette all’autore di conoscere tutte le regole della nostra collaborazione, e permette a me di conoscere i dettagli di base indispensabili per iniziare il progetto.
E’ raro che io abbia carta bianca, il cliente arriva da me già con la sua idea. Quando non mi convince, chiedo di poter proporre alcune alternative. Generalmente vengono accolte con piacere, ma non è sempre così.

Quando realizzi una cover, quanto deve incidere l’importanza dell’appetibilità commerciale (lo studio delle potenzialità di vendita) di un volume? e quanto la creatività e l’arte?
Ci sono libri meravigliosi con pessime copertine, tutti sappiamo che è il contenuto ciò conta ma, sappiamo anche, che l’occhio vuole la sua parte. Non possiamo dimenticare che la copertina è il volto del libro quindi deve essere impeccabile, sia in versione digitale che cartacea. Più è accattivante e più il libro sarà chiacchierato. L’abilità del grafico è proprio quella di miscelare la propria creatività con le richieste del cliente.

Ti è mai capitato di avere un momento di crisi creativa? magari dire a te stessa: oddio qui proprio non mi viene in mente nulla. E se è capitato come ne sei uscita?
Mi capita spessissimo. Per questo motivo inizio a studiare le copertine una settimana prima della data di inizio lavoro che do al cliente. Ho bisogno di tempo per immagazzinare i dettagli ed elaborare qualche idea. Tuttavia, capita anche nei lavori in corso e l’unico modo per uscirne è prendersi una pausa, fare una passeggiata e prendersi un caffè, di solito funziona.

Te la senti di dare un consiglio a tutti quei giovani che aspirano a fare il tuo mestiere? oltre a studiare sodo ovviamente.
Oddio, non sono a questo livello, i consigli preferirei riceverli.

Sei una lettrice a parte il dovere professionale, se così lo possiamo chiamare? e se sì, sei onnivora oppure prediligi un genere? formato: ebook? oppure cartaceo?
Leggo tanto, e da tanto tempo. Ho letto un po’ di tutto ma il mio genere preferito è il romanzo d’amore in tutte le salse e in tutti i periodi, dal Medioevo al Fantasy. Senza amore un libro mi annoia. Ho l’e-reader ma lo uso solo nei lunghi viaggi, per il resto sempre e solo carta.

Hai una preferenza sul genere letterario per cui realizzare le cover?
Non ho preferenze ma mi piacciono le copertine storiche e fantasy perché sono complicate, richiedono più tempo e un’impegnativa ricerca delle immagini.

Sei stata ispirata a qualche scuola in particolare oppure a qualche nome importante nel settore per la tua formazione?
Io amo due maestri, lo sanno tutti ormai, loro compresi. Mi riferisco a Jon Paul Ferrara e Gene Mollica. Del primo amo i contrasti di colore e il romanticismo, mentre del secondo adoro la tecnica e la scelta dei modelli.
Le loro copertine sono una grande fonte d’ispirazione per me, uno stimolo a migliorarmi e a lavorare sempre di più. Ovviamente sono ancora molto lontana dalla loro perfezione.
Se avete dei dubbi, date un’occhiata:
http://jonpaulstudios.com/
http://genemollica.com/

Una copertina che avresti voluto fare tu, se esiste. E una che nel vederla sei inorridita, sempre se esiste ovviamente.
Ci sono molte copertine che avrei voluto e vorrei fare, non me ne viene in mente una in particolare. Ci sono anche copertine davanti alle quali sono inorridita sì, ma non sarebbe professionale da parte mia citarle.

In merito alle cover editoriali, secondo te, il nostro paese è migliore o peggiore degli altri a livello qualitativo?
Il panorama editoriale mondiale è molto vasto, non è possibile quantificare chi è migliore. Una cosa però posso dirla. I miei clienti sono ad un 75% americani.  In America si investe molto di più sulla copertina del libro.

Una domanda che è più una curiosità personale, ma forse anche dei miei lettori. Mentre lavori: sottofondo musicale sì o no? e se sì cosa ascolti?
Niente musica, amo il silenzio.

E, anche stavolta, siamo giunti alla conclusione. Il tè è finito, i pasticcini anche e io mi rattristo sempre quando devo salutare i miei ospiti perché mi rendo conto che avrei ancora un milione di domande da fare. Per cui se ti fa piacere ti invito già per un altro incontro qui nel mio salotto e un’altra bella chiacchierata. E ora la domanda di rito. Progetti per il futuro?
C’è un progetto su cui sto lavorando che presto promuoverò e di cui posso anticipare qualcosina. Ho collaborato con alcuni fotografi per realizzare servizi fotografici personalizzati. Il primo l’ho fatto lo scorso Novembre, il prossimo sarà a Maggio. Voglio offrire al cliente la possibilità di scegliere fra volti nuovi ma non posso sbilanciarmi troppo, per il momento.
Grazie a te, è stato molto piacevole e accetto molto volentieri l’invito. A presto.

E purtroppo salutiamo anche Cora, che ringraziamo per averci illuminato su tanti aspetti che, per i non addetti ai lavori, restano nell’ombra, durante la creazione di un libro. E saluto anche voi lettori, dandovi appuntamento con la prossima intervista e il prossimo ospite. Ma non prima di avervi ricordato il sito coragraphics.it, che consiglio vivamente di andare a visitare.

Anna Premoli, da scrittrice per caso a regina del rosa, una storia di ordinario talento

Ci ritroviamo, anche oggi, nel mio Salotto per accogliere un’ospite veramente speciale. Sto parlando di Anna Premoli.
Bionda, sorriso contagioso e tanto tanto talento e determinazione in tutto ciò che fa. Economista di professione, scrittrice per caso, almeno questo è il modo in cui si presenta. Ma da scrittrice per caso, nata di fatto nel non troppo lontano 2013 quando il suo primo romanzo ha vinto il Premio Bancarella a oggi, di strada Anna Premoli ne ha percorsa anche nel mondo dei libri, oltre che in quello dell’economia e della finanza. Infatti da quella prima pubblicazione in self-publishing Ti prego lasciati odiare, sono trascorsi diversi anni e diversi volumi. Uno più maturo dell’altro. Uno più vincente dell’altro. Un nutrito seguito di lettori e una vita impegnatissima che contempla anche una carriera, un marito e un figlio.
E in un mix di indole e allenamento la nostra Anna conduce una vita intensa e impegnata, ritagliandosi il tempo anche per scrivere le trame che lei crea e che noi lettori possiamo goderci sfogliando le sue pagine. Trame frizzanti, permeate di romanticismo e ironia. Popolate da protagoniste che si distinguono per la loro autoironia, dote che potrebbe diventare un toccasana anche e soprattutto nella vita vera di tutti noi.
Da quel primo successo pubblicato per i tipi della Newton Compton Editori, ne sono seguiti altri sempre annoverabili al genere rosa ironico, tra cui Come inciampare nel principe azzurro, Finché amore non ci separi e Tutti i difetti che amo di te, per sperimentare un’incursione che mi permetto di annoverare nel genere new adult. Stessa cifra stilistica frizzante, stesso romanticismo, stessa ironia ma un’ambientazione universitaria e tutta italiana. Sto parlando di L’amore non è mai una cosa semplice e il successivo L’importanza di chiamarti amore. Per tornare, nel 2016, al genere rosa ironico dal sapore tutto estero con È solo una storia d’amore.
Insomma è inutile dilungarmi ulteriormente sui romanzi di Anna Premoli perché, come dico sempre e ne sono convinta, i suoi romanzi possono essere solamente letti e non raccontati. Perciò ora non mi resta che conoscere meglio Anna lasciandole direttamente la parola.

Come prima cosa ringrazio Anna Premoli per aver accettato di sedere sul mio divano e concedermi un po’ del suo tempo. E ora, davanti al nostro tè con pasticcini, possiamo cominciare, direi, subito con una domanda di rito. Anna donna, moglie, madre, economista e scrittrice. Tutte attività importantissime e a nessuna delle quali, io sono certa, rinunceresti. Come fai a far coincidere tutto? ma sopratutto a farlo bene senza essere un’equilibrista? o forse lo sei?
Grazie a te per l’invito! Quando mi fanno domande simili, io rispondo in maniera molto sincera che il ritmo della mia vita non è per tutti. E lo intendo davvero. Sono stata abituata sin da piccola a stare dietro a numerose attività: ho fatto sport, masticato diverse lingue, per tanti anni ho studiato pianoforte, ho iniziato a lavorare a tempo pieno ancora prima di laurearmi e sono riuscita a sopravvivere… Per mia fortuna il professore che mi ha seguito per la tesi era molto dedito all’insegnamento; ricordo che mi riceveva anche alle sette del mattino, prima che io attaccassi alla JPMorgan. Insomma, il mio è un mix di indole e allenamento. Inoltre, con il tempo ho imparato a distinguere l’importante dal superfluo, perché per quello non c’è proprio spazio nella mia vita. Comunque, noi donne siamo delle grandi equilibriste. Lo siamo di natura.

E ora una domanda tornando all’origine della tua attività di scrittrice. Ho letto che hai iniziato a scrivere quasi per caso in concomitanza all’evento del fallimento della Lehman Brothers (2009). Evento che ha influito decisamente sulla vita di tutti noi (anche su chi, come me, ha ben poca dimestichezza con il mondo dell’economia e della finanza) generando un senso di insicurezza piuttosto sentito. Secondo te questo senso di insicurezza può aver influito in qualche modo anche cambiando i gusti letterari delle persone, magari in modo subliminale? e, magari, dando una svolta al mercato editoriale dalla quale non si è più potuto tornare indietro?
In realtà credo che il mercato editoriale sia molto mutato con l’avvento del self-publishing. La gente spesso inizia a scrivere perché non trova sul mercato il tipo di storie che avrebbe voglia di leggere. Io ho iniziato così. Nessuno aveva scritto un romanzo ambientato in Corea. Be’, ho fatto da me. Gli scrittori self hanno pubblicato da soli proprio quei romanzi che gli editori tradizionali avevano snobbato. Direi che ormai siamo su un sentiero ben tracciato da cui non si tornerà indietro. Il motivo per cui alcuni generi hanno recentemente avuto un tale successo è da ricercare nel fatto che i lettori pian piano si sono liberati dall’obbligo di dover leggere sempre e solo romanzi impegnati. Capiamoci: io credo che i classici e i romanzi impegnati debbano essere la solida base su cui ogni lettore costruisce la propria cultura. Ma le nostre vite sono frenetiche e un libro, qualche volta, può benissimo avere uno scopo nobile anche se è un “mero” romanzo d’evasione. Non tutti i film sono impegnati e non mi pare che le persone storcano il naso. Di questi tempi, tra economia e politica in fibrillazione, strappare un sorriso è un compito piuttosto nobile.

Parliamo sempre dei tuoi inizi. Ti prego lasciati odiare, libro che io ho amato (chiedo scusa per l’ossimoro), a parte il discorso della forte componente nella trama del tuo lavoro principale, hai fatto una scelta classica quella del ti respingo perché sono attratta, meccanismo piuttosto frequente, sopratutto tra due caratteri forti. Da dove ti è arrivata l’ispirazione? vita vissuta? oppure vita vissuta nella fantasia?
È una storia che ho vissuto in parte, perché in verità mio marito e io ci siamo conosciuti sui banchi del liceo. All’epoca eravamo ancora due caratteri in formazione, ma due caratteri opposti che si sono spesso scontrati in quello che io definisco una crescita formativa. Abbiamo battibeccato per anni, prima di metterci insieme. Se ci fossimo incontrati più avanti negli anni sarebbe stato ancora più difficile perché, sebbene a parole siamo tutti pronti a dire di essere alla ricerca del grande amore, le persone percepiscono in fondo al loro cuore che un sentimento simile ti cambia per sempre. Cambiano le priorità, gli stili di vita, persino il modo di ragionare. Non sempre chi ha impiegato del tempo per formare se stesso ed è arrivato a un certo punto della propria vita ha tutta questa voglia di cambiare. A parole sì, nei fatti molto meno.

Ti aspettavi il successo del tuo primo romanzo oppure ti ha colto di sorpresa?
È stata una sorpresa totale. Pensavo di essere l’ultima persona al mondo a poter scrivere un romanzo, specie d’amore. In verità lo penso anche oggi, e mi piace questo continuo smentire me stessa.

Al successo di Ti prego lasciati odiare sono seguiti altri romanzi sempre sullo stesso genere. Lo definiscono chick-lit ma a me confesso che è un termine che non piace, preferisco chiamarli romanzi sentimentali ironici. Poi hai fatto un cambio di stile. Non una vera e propria virata, la cifra stilistica non è cambiata, l’ironia non è mutata ma hai decisamente cambiato l’ambientazione (passando dall’estero all’Italia) e, sopratutto, abbassando l’età dei protagonisti, passando a un genere che io annovererei nel new adult. Come mai questa scelta? esigenze di cambiamento tuo interiore o solo voglia di sperimentare?
Avevo voglia di cambiare e di una sfida. Inoltre, ho pensato che fosse il momento giusto per raccontare di amori universitari. Voglio dire, finché ancora mi ricordo cosa si prova…:-)

Sei una donna impegnatissima, come abbiamo già accennato, ma la scrittura dal quel lontano 2009 non l’hai mai abbandonata. Quando Anna trova il tempo di scrivere? di notte? di giorno? oppure si ritaglia del tempo quando riesce?
La sera, nei fine settimana, qualche volta anche mentre mangio un panino sul luogo di lavoro, durante la mia pausa pranzo. Cerco di ottimizzare i tempi.

E restiamo sulla tua scrittura. Come scrive Anna Premoli? arriva l’idea e prende appunti poi traduce in trama? si organizza uno schema? oppure scrive di getto?
L’idea arriva e di solito convive con me a lungo. Persino anni. Nel frattempo mi documento, scopro tutto ciò che c’è scoprire sul tema che voglio trattare, mi immagino scene intere mentre giro il risotto la sera. Alla fine, quando mi siedo per scrivere sul serio una certa storia, la psicologia dei personaggi mi è chiarissima. Sono quasi persone reali. So da dove voglio partire, so quali saranno le scene iniziali ma non ho la più pallida idea di come arriverò alla fine. Per quel che mi riguarda è proprio questo il divertente della scrittura: fare il viaggio insieme ai miei personaggi.

Ti è mai capitato di avere un momento di crisi creativa oppure, come la definirei io, organizzativa durante la stesura di uno dei tuoi romanzi? ad esempio arrivare a un punto e dire a te stessa: mi sono incartata, da qui non ne esco. Se sì come l’hai superata? e se ti è capitato, hai mai abbandonato la stesura di una trama? magari anche con l’intento di riprenderla forse in un futuro?
Io spesso dico che le crisi creative sono per chi se le può permettere. Io, francamente, non ho il tempo. Se scrivo e trovo del tempo per scrivere è perché sento la necessità impellente di raccontare una storia. Se questa necessità non c’è, non inizio nemmeno. L’unica cosa che faccio è arrivare a tre quarti di storia e lasciarla decantare prima di scrivere la fine. Ho notato che mi riesce meglio, dopo averci ragionato per un periodo. Comunque, nel mio computer ho qualche antico file che attende ancora che scriva la fine o che trovi il tempo.

Un consiglio di Anna Premoli a tutti quegli aspiranti scrittori che hanno il famoso romanzo nel cassetto. Come provare a realizzare il proprio sogno di pubblicazione?
Purtroppo non ci sono ricette universali: io sono stata autopubblicata da mio marito quasi cinque anni fa, in un momento in cui il self in Italia era solo agli inizi. Poche scrittrici italiane scrivevano il mio genere e c’era molto più spazio per emergere. Oggi il mercato mi pare piuttosto saturo perché gli editori tradizionali, sentendosi quasi in difetto, hanno letteralmente invaso gli store con traduzioni di numerosi titoli americani. Siamo passati dal non avere quasi titoli rosa in catalogo ad averli praticamente solo rosa. E lo capisco: le lettrici amano le storie d’amore e leggono molto. Da economista la questione non mi sorprende affatto. Ma questo vuol dire che chi si cimenta oggi con l’autopubblicazione deve affrontare la sfida sapendo che esiste una concreta possibilità che non otterrà la visibilità sperata. Qualcuno riesce e qualcuno no. I numeri di chi ci prova sono aumentati. Nonostante tutto ritengo che il self sia comunque la scelta più saggia per chi vuole esordire. Tra una casa editrice medio-piccola e il self, io sceglierei il self.

E ora passerei da Anna Premoli scrittrice ad Anna Premoli lettrice. Giusto per curiosare e conoscere meglio i tuoi gusti. Onnivora? oppure prediligi un genere? ebook? oppure cartaceo?
Molto onnivora. Sono stata per secoli una grandissima lettrice di classici e di gialli. Leggo in ebook e ormai quasi solo in inglese, motivo per cui sono pochissimo informata su quello che succede di questi tempi nell’editoria italiana. Davvero, sono pessima, ormai non conosco nessun nome…

Anna Premoli è anche mamma. Quanto pensi sia importante educare i bambini alla lettura fin da piccoli? e come ti comporti con tuo figlio? la lettura è un punto che avete in comune, magari leggete insieme?
I bambini diventeranno lettori solo se noi gli insegnamo a esserlo. Casa mia è sempre stata sommersa di libri per bambini, credo dal giorno in cui ho partorito. Io adoro comprare libri per mio figlio e gli regalo rigorosamente libri cartacei. I bambini hanno bisogno di concretezza nel momento in cui si approcciano alla lettura. Marco e io leggiamo insieme tutti i giorni. Prima mio marito e io leggevamo con lui a fianco, ora lo fa lui a voce alta per noi.

Un libro che hai letto e che rileggeresti più e più volte. E un libro, se esiste, che ti fa pensare: se lo avessi saputo evitavo di perdere tempo. Oppure che hai abbandonato senza mai più avere la tentazione di finirlo.
Potrei rileggere fino alla sfinimento Dieci piccoli indiani o anche La coscienza di Zeno. Ci sono stati dei libri che ho abbandonato, ma in tutta sincerità mi sono dimenticata i loro titoli. Preferisco usare la memoria per ricordare le cose positive. Diciamo che è una mia scelta anche nella vita, non solo quando si tratta di libri. Magari non era affatto colpa del libro ma ero io a non essere nello stato d’animo giusto per un certo testo. Capita anche questo.

Una domanda che è più una curiosità personale, ma forse anche dei miei lettori. Durante la stesura di un romanzo: sottofondo musicale sì o no? e se sì cosa ascolti?
Assolutamente sì! Gusti molto onnivori anche qui: musica classica, jazz, contemporanea. Sono sempre alla ricerca di melodie che non conosco. Nel prossimo libro pubblicherò anche un lista di canzoni che ho ascoltato durante la stesura, proprio per far partecipare i miei lettori alla musica che mi ha in parte ispirato.

Un consiglio di lettura da parte di Anna Premoli esperta di economia. Cosa consiglieresti di leggere a un neofita che vuole conoscere i complessi meccanismi del settore ma ne è ancora digiuno?
Lo confesso io per prima: di solito i libri di economia sono piuttosto noiosi, motivo per cui tra noi economisti girano i cosiddetti paper, ovvero ricerche brevi su alcuni temi specifici. Leggiamo paper, su paper, su paper. Li leggiamo su qualsiasi cosa, ormai: le tecniche di estrazione petrolifera, le ricerche in tema di biomedicina, cybersicurezza, tecniche di coltivazione del cotone e così via. Chi vive i mercati finanziari ha una curiosa formazione così specialistica da essere impossibile da replicare in tempi brevi da una persona che si avvicina per la prima volta all’economia. Io consiglio comunque di partire dalle basi: macro e microeconomia, in modo da capire come interagiscono tra di loro le variabili principali.

E, ahimè, siamo giunti alla conclusione. Il tè è finito, i pasticcini anche e a questo punto mi sa che abbiamo purtroppo anche esaurito il tempo di Anna. Anche se, in tutta sincerità, di domande ne avrei ancora tante per cui se ti fa piacere ti invito già per un altro incontro qui nel mio salotto e un’altra bella chiacchierata.
E ora la domanda di rito. Progetti per il futuro. Quando potremo di nuovo leggere una delle tue appassionanti storie? e, se puoi, dacci qualche anticipazione.
Ho scritto l’estate scorsa il romanzo che uscirà verso maggio/giugno. Il titolo, se confermato, sarà Un imprevisto chiamato amore. È la storia di Jordan, una ragazza dichiaratamente mercenaria che ha l’obiettivo di diventare la seconda o terza moglie di un ricco medico più in là con gli anni. Ne incontrerà invece uno giovane, per i suoi standard povero e per nulla adatto al suo scopo. Sarà interessante scoprire se prevarrà l’amore o l’interesse. Con questo romanzo ho voluto fare una riflessione sul sistema sanitario e sul sentito dualismo tra pubblico e privato. Seguo da vicino la politica americana e mi pare che il tema sia terribilmente attuale, vista la nuova amministrazione e il suo desiderio di stracciare l’Obamacare.
Per il resto, sto scrivendo la storia di Julie, l’amica di Laurel incontrata nel mio ultimo romanzo. La nostra serafica scrittrice di romanzi rosa storici è alla ricerca di un uomo galante, elegante, d’altri tempi. Peccato che ne incontrerà uno all’opposto. D’altronde, gli opposti si attraggono, no? 😉
Grazie mille a te per la bella chiacchierata e un grande saluto a tutti i lettori!

Ora non ci resta che attendere che Un imprevisto d’amore il nuovo romanzo di Anna veda la luce per poter finalmente leggere un’altra storia che, sono certa, non deluderà.
E anche noi dobbiamo salutarci, cari lettori, in attesa del prossimo incontro nel mio Salotto con un nuovo ospite. Ma prima di lasciarci ricordo che potete leggere le recensioni dei romanzi di Anna Premoli sul blog Sognando tra le righe cliccando qui: http://sognandotralerighe.blogspot.it/search?q=anna+premoli

Tutte le sfumature del rosa… 6 biografie in rosa che hanno fatto la storia della letteratura

Finalmente disponibile in ebook

TUTTE LE SFUMATURE DEL ROSA

a cura de Il salotto di Ceci Simo

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Una raccolta di profili di scrittrici che hanno fatto la storia della letteratura.
Donne e scrittrici, quando scrivere era appannaggio degli uomini.
Sei autrici, che spaziano in un arco temporale di oltre quattro secoli, ma accomunate dalla medesima passione per la letteratura e per la conoscenza più in genere.

La raccolta contiene i profili di:
Laura Cereta, Jean Austen, Elizabeth Gaskell, Caterina Percoto, Elinor Glyn, Jean Webster

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Intervista a Chiara Giacobelli, da Newton Compton a LeggerEditore con Un disastro chiamato amore, un esordio frizzante e ironico nella narrativa

Ed eccoci qui anche oggi nel mio Salotto per accogliere la nostra ospite di oggi Chiara Giacobelli. Due occhi intelligenti, un sorriso dolce e una folta chioma rossa, così si presenta la bella Chiara. Giornalista affermata, negli ultimi anni ha pubblicato diversi libri per i tipi della Newton Compton Editori, per poi decidere di dare alle stampe, nel 2016, il suo primo romanzo Un disastro chiamato amore pubblicato da LeggerEditore.
Ma prima di accomodarci sul divano e, davanti al nostro tè con pasticcini, per approfondire la conoscenza con Chiara Giacobelli spendiamo qualche parola su di lei e su questo frizzante e brillante romanzo ironico e sentimentale.
Classe 1983 inizia a dedicarsi al giornalismo nel 2004 e si dedica a differenti progetti in diversi ambiti, nonché come addetta stampa. Lavora per Medusa Film e per la rivista Sipario. Nella sua intensa carriera entra anche a far parte dell’ufficio stampa del Senato della Repubblica, per poi annoverare diverse esperienze scrivendo per numerose testate on line e cartacee, tra cui The Huffington Post, Affari Italiani e Luxgallery. Lavora anche per la famosa rivista Bell’Italia e per In Viaggio del Gruppo Cairo Editore.
Nel 2011 esordisce come scrittrice con il libro 101 cose da fare nelle Marche almeno una volta nella vita, con Newton Compton Editori, per cui ha pubblicato anche Forse non tutti sanno che nelle Marche e 1001 monasteri e santuari in Italia da visitare almeno una volta nella vita. E chi ama il cinema sicuramente ricorderà la biografia ufficiale di Furio Scarpelli, edita da Le Mani e firmata proprio da Chiara insieme ad Alessio Accardo e Federico Govoni.
Nel 2016, poi, arriva per Chiara Giacobelli l’occasione per lanciarsi in questa nuova avventura così vede la luce Un disastro chiamato amore per LeggerEditore.
E adesso non voglio dilungarmi oltre, solo ancora poche parole sulla trama di Un disastro chiamato amore per poi lasciare la parola alla nostra Chiara.
Vivien Vuloir lavora a Parigi e vive in un appartamentino a Montmartre. È buffa e imbranata, colleziona una figuraccia dopo l’altra, fa i conti con una fallimentare carriera di scrittrice e soffre di un numero indefinito di fobie.
A trent’anni ha dimenticato il sapore di un bacio, si è adattata a essere identificata come quella che si occupa di gossip, ma soprattutto ha perso completamente la fiducia nel genere umano, specialmente in quello maschile.
Un giorno però riceve la telefonata di un certo Mr. Lennyster, figlio di un’importante attrice italiana su cui ha da poco redatto un dossier. Certa di subire una grossa lavata di capo si stupisce, invece, quando l’uomo vuole commissionarle la biografia della madre.
Così, ben presto Vivienne si troverà a dover affrontare un’avventura a cui non è affatto preparata: un viaggio in Italia, un libro da scrivere, un uomo affascinante, dolce ma oscuro, e una villa piena di misteri da risolvere.
Tra gaffe, tentativi maldestri di carpire i segreti della famiglia Lennyster, amori e altre catastrofi, Vivienne, inguaribile pessimista, capirà che la vita le sta per riservare una sorpresa inaspettata. e…

Come prima cosa un grazie a Chiara Giacobelli per aver accettato l’invito a essere ospite nel mio salotto. E partiamo subito con la prima domanda. Ho letto che la creazione di Un disastro chiamato amore è stata una sorta di work in progress iniziato qualche anno fa. Per cui un lento passaggio di maturazione interiore per arrivare alla narrativa. Percorso piuttosto comprensibile per una persona come te che ha alle spalle anche un lungo e intenso percorso sia come giornalista che come esperta di media. Ma quando e come è scattata la molla che ti ha fatto decidere di proporlo per la pubblicazione?
Il libro in sé è stato scritto molto velocemente, in due mesi circa, più le varie revisioni ed editing. Non era nato con l’intento di essere pubblicato, tanto meno da una grande casa editrice, ma poi l’ho fatto leggere a Fiammetta Biancatelli – attualmente la mia agente – che all’epoca stava aprendo un’agenzia letteraria e mi conosceva già perché è stata per molti anni responsabile dell’ufficio stampa alla Newton Compton Editori, di cui io sono autrice dal 2011. È stata lei a credere per prima fortemente in questo romanzo, e ha fatto bene. Le devo la mia carriera in generale come scrittrice.

Un esordio nella narrativa, il tuo, che si è fatto notare, diverse pubblicazioni al tuo attivo e poi un rosa dalle tinte decisamente ironiche. Un pubblico e un mercato differenti da quelli probabilmente tuoi soliti. Come è stato il confronto? già hai parlato della difficoltà di accettare che la tua creatura (il romanzo) possa essere stato trattato da prodotto, una cosa che ti ha ferito, ma alla fine il calore del pubblico ti ha ricompensato. Oltre a questa, quali altre difficoltà hai dovuto superare per avere il meritato plauso?
In realtà l’unica vera difficoltà è stata la mia timidezza. Non mi ha ferito il fatto che il mio romanzo fosse trattato da prodotto (è giusto che sia così!) ma non ero pronta – e forse non lo sarò mai – a mettere in scena me stessa, ad aprire il mio mondo a tutti. Ci sono persone portate per stare davanti ai riflettori, e altre no. Io faccio parte della seconda categoria.

La stesura di Un disastro chiamato amore è stata, come hai già dichiarato, una sorta di terapia del sorriso. Un periodo di malattia e la necessità di combattere scegliendo la strada del sorriso. Una strada purtroppo ancora troppo spesso sottovalutata ma decisamente vincente, se consideriamo che l’umore influisce in modo determinante sull’aspetto prettamente fisico. Qual è stato il momento più divertente, gratificante o entusiasmante durante la stesura del romanzo? e, di contro, c’è stato un momento in cui hai avuto la tentazione di mandare a monte tutto quanto? di lasciare il romanzo incompiuto?
A dire il vero ho vissuto il tutto in maniera molto più omogenea e spontanea di così. Mentre scrivevo di Vivienne ridevo da sola come una stupida e quanto più prendeva forma il personaggio, tanto più mi accorgevo di come io e lei ci somigliassimo. Non ho mai pensato di lasciarlo incompiuto e non ho avuto momenti di crisi: ero spaventata dall’editing all’inizio perché pensavo di non saperlo fare, invece poi mi sono resa conto che era tutto più facile di quanto pensassi e che il romanzo ne guadagnava in qualità.

Oggi, a distanza di mesi dall’uscita del romanzo, ti è capitato di aprirlo e sfogliarlo, oppure addirittura rileggerti alcuni brani (lo fanno tutti gli scrittori, è una sorta di bisogno fisico di immergersi di nuovo nella storia anche se per pochi secondi)? se è capitato, con il senno di poi c’è qualcosa che modificheresti, in termini di scene, dialoghi o altro? oppure sei soddisfatta appieno del tuo lavoro e lo rifaresti esattamente com’è?
Ti dico la verità: non l’ho volutamente fatto. Sono talmente puntigliosa e pretendo così tanto da me stessa che se lo rileggessi oggi troverei mille errori, inesattezze, maniere diverse di dire la stessa cosa… mi succede sempre, anche con i racconti e gli articoli. Per questo una volta che un libro viene pubblicato non lo rileggo più.

In un’intervista precedente hai dichiarato che durante l’editing del romanzo ci sono stati dibattiti sia con la casa editrice che con la tua agenzia. Dibattiti costruttivi ma intensi. Puoi raccontare ai lettori su che cosa vi siete trovati in disaccordo?
Più che in disaccordo diciamo che mi sono state proposte delle modifiche che all’epoca non riuscivo a capire o non sentivo mie, invece devo ringraziare gli editor per l’ottimo lavoro fatto, perché solo a distanza di tempo mi sono resa conto di quanto il libro ne abbia guadagnato in qualità, come già detto. Si tratta comunque di piccole cose, ad esempio l’editor della mia agenzia tende ad essere meno romantico e sdolcinato di me (ammetto di avere un debole nel delineare personaggi maschili da sogno), mentre la casa editrice ha proposto un’ambientazione più italiana, quindi alcuni personaggi che in origine erano tutti americani sono diventati italiani o italo-americani. Niente di particolarmente drastico in ogni caso.

Scrivi fin da quando eri una bambina. E sei una giornalista molto attiva. Quanto quest’ultima esperienza di giornalismo ha influenzato la tua cifra stilistica nel romanzo?
Moltissimo, ma in maniera inconscia. Mi ha influenzata non tanto nello stile (sono abbastanza abile nell’affrontare stili di scrittura molto diversi tra loro grazie al percorso professionale che ho avuto), quanto nella capacità di entrare a fondo nei personaggi, nelle situazioni e soprattutto nei luoghi. Il giornalismo ti insegna a porti delle domande, a non restare in superficie, a verificare che qualunque cosa sia vera e magari a scoprirne la storia, gli aspetti inediti ecc. Non basta dire: c’è un castello. Da chi è stato costruito? quando? che gesta hanno visto le sue mura? e oggi a chi appartiene, o come viene utilizzato? insomma, il giornalismo è una buona palestra per stimolare la curiosità.

Quando durante le tue impegnate giornate riesci a scrivere? di notte? di giorno? oppure ti ritagli del tempo dedicato a questo?
Mai di notte perché non sono lucida. Di giorno, ma non ho nessun orario predefinito. Uno dei motivi per cui nella vita volevo essere un’artista è la libertà totale di cui si può godere: l’ho sudata, conquistata a fatica e ora me la vivo fino in fondo. Scrivo quando mi sento ispirata a farlo.

E come scrivi? utilizzi uno schema oppure di getto?
Tendenzialmente di getto, sono molto veloce nella scrittura e anche su questo mi hanno aiutato gli anni di giornalismo, quando dovevo consegnare un pezzo post-spettacolo prima della chiusura del giornale. Tuttavia, non parto mai senza avere una base: una trama, una storia con un inizio e una fine nella mia mente, dei personaggi abbastanza delineati. C’è il fondo della tela, poi quello che vi si disegna sopra, i dettagli, avviene di volta in volta quando batti i tasti del computer. Io ho sempre percepito questo processo come una magia.

Hai dichiarato che per questioni di mancanza di tempo non puoi essere una lettrice assidua quanto vorresti ma sei onnivora. Come leggi? ebook oppure cartaceo?
Sempre e solo cartaceo. Non riesco a concepire il libro e neppure il giornale in video. Lo so, sono retrograda…

Una domanda che è più una curiosità mia (ma credo anche dei lettori): provi maggior piacere nel leggere o nel creare e scrivere trame?
La seconda, nonostante adori anche la prima.

Un libro che hai amato e che rileggeresti sempre e uno che proprio non sei riuscita a digerire, magari nemmeno a concludere.
Cime tempestose riletto qualche decina di volte e Il Signore degli Anelli, iniziato ben tre volte ma sempre abbandonato dopo poco (nonostante i film li abbia visti e mi piacciano molto).

E adesso prima di lasciare Chiara una domanda di rito, che faccio a tutti. Programmi per il futuro? Ci saranno ancora romanzi sul genere di Un disastro chiamato amore?
Penso proprio di sì, ma sento anche l’esigenza di cimentarmi in un romanzo più serio e drammatico, nonché nel genere storico. Nel frattempo digitando su Google Huffington Post Chiara Giacobelli trovate il mio blog di racconti su personaggi poco conosciuti che hanno compiuto gesta importanti, i quali al termine dell’anno andranno a costituire il mio primo libro di racconti. Ho scritto anche un romanzo breve che ha vinto due premi inediti per la narrativa e attualmente sta venendo illustrato dal pittore e scultore Francesco Battaglini per una prossima pubblicazione. Infine, è uscito da poco in libreria 101 cose da fare in Veneto almeno una volta nella vita, un viaggio nelle meraviglie del Veneto che vale la pena di fare. Potete seguirmi su Facebook, Linkedin, Twitter, Instagram o sul mio sito www.chiaragiacobelli.com.

Adesso devo proprio salutare Chiara Giacobelli, che invito a tornare ancora a trovarmi per fare un’altra chiacchierata insieme. E saluto voi, cari lettori, in attesa del prossimo incontro nel mio Salotto con un nuovo ospite.

Tutte le sfumature del rosa… Elizabeth Gaskell, la scrittrice che ha scardinato i cliché dell’epoca vittoriana… Parte Seconda

Il 1841 vede i Gaskell visitare il Belgio e la valle del Reno in Germania. Nell’estate del 1845 la famiglia trascorre una vacanza estiva in Galles, periodo durante il quale il piccolo William, unico figlio maschio, muore di scarlattina a soli dieci mesi dalla nascita. Un colpo durissimo per Elizabeth ma che riesce a superare anche grazie al marito che la appoggia e la esorta a dedicarsi a un’attività che richiedesse intensa e prolungata concentrazione. Elizabeth raccoglie i consigli del marito e comincia così a scrivere.
Il primo esperimento letterario di Elizabeth Gaskell è un bozzetto in versi composto insieme al marito William, poi approda al romanzo. Nel 1848 vede così la luce Mary Barton, un crudo affresco sulle divisioni di classe e le ingiustizie sociali che desta scandalo. Pubblicato anonimo, come era consuetudine per le scrittrici del tempo. Costrette a firmarsi con la sola frase by a lady (scritto da una signora) o con uno pseudonimo, il più delle volte maschile, giacché donna nota equivaleva a donna pubblica.
Nel 1849 la Elizabeth Gaskell trascorre un periodo di vacanza al Lake District, dove incontra William Wordsworth. Nel 1851 Elizabeth è a Londra per la Great Exhibition e nel dicembre dello stesso anno pubblica il racconto Our Society at Cranford su Household Words su espresso invito di Charles Dickens, che l’ha notata e lodata per il suo lavoro. Il racconto colpisce talmente Dickens che convince la Gaskell a scrivere un seguito, assicurandosene la pubblicazione, che vedrà la luce nel 1853 come romanzo dal titolo Cranford.
Sempre nel 1853 Elizabeth si reca a Haworth, in visita all’amica Charlotte Brontë. Proprio su richiesta del reverendo Patrick Brontë, padre di Charlotte e unico sopravvissuto alla famiglia, la Gaskell scrive The life of Charlotte Brontë. Riconosciuta come forse la più bella biografia dell’indimenticata scrittrice.

La Gaskell comincia a scriverla qualche mese dopo la scomparsa di Charlotte e la sua stesura si colloca tra Cranford del 1853 e Nord e Sud, scritto tra il 1854 e il 1855, il suo romanzo più conosciuto e letto. Un’opera sociale che tratta temi come quello politico e sociale, attraverso lo sviluppo industriale e le lotte di classe, facendo una lucida analisi delle diverse facce del progresso. E mettendo in risalto le chiare differenze tra il ricco nord industriale e il sud agricolo e nettamente più povero.
Poco prima di Nord e Sud pubblica un romanzo di notevole interesse dal titolo Ruth. Una trama decisamente avanti per l’epoca trattando la storia di una giovane donna, ragazza madre, aiutata da un sacerdote che per farle trovare un impiego la spaccia per vedova. Il libro ha un epilogo decisamente tragico, come esigevano i canoni dell’epoca, con la morte della protagonista. Ma per la prima volta viene scardinato un cliché dell’epoca vittoriana, quello della donna caduta e viene proposta un’alternativa alla prostituzione. Una scelta coraggiosa quella della Gaskell che non le risparmia, però, numerose e violente proteste.
Donna sensibile alle problematiche e alle contraddizioni vissute dalle donne in epoca vittoriana, che non doveva mai oltrepassare i limiti e mantenere il loro posto, anche se dotate di talento fuori dal comune, la Gaskell tratta con delicatezza le tematiche ma dai suoi scritti non può evitare che traspaia la sua natura di donna che pensa e ha idee proprie.
Scrive parecchio toccando anche la tematica del gotico in racconti brevi, che, però, riscuotono parecchio successo. In parte per il suo background culturale (essendo vissuta in campagna) è una grande estimatrice delle storie popolari e delle leggende, anche trasmesse oralmente. Ammette di credere ai fantasmi e di averne incontrato addirittura uno.

Gli amici ammirano la sua straordinaria capacità di narratrice anche di storie di spettri intorno a un focolare. Esplora però la tematica del macabro e del mistero solo nei racconti brevi dai quali ne emerge un conflitto latente tra bene e male. Basti pensare al tema ricorrente della maledizione familiare.
Verso la fine della sua esistenza con i proventi dei suoi libri acqusita un cottage per il marito nello Hampshire, dove si spegne nel 1865, a soli cinquantacinque anni, a causa di una crisi cardiaca. Lasciando incompiuto il suo ultimo lavoro Mogli e figlie, che verrà completato dall’editore e pubblicato postumo. Romanzo in cui abbandona le tematiche sociali a favore di ritratti di provincia, permeato di humor e umanità.
Nella sua vita ha viaggiato molto in Europa visitando la Francia, Roma, Firenze e Venezia. Ma il suo ultimo viaggio la riporta a casa, a Knutsford, dove viene sepolta.

E infine una curiosità. La casa sita alla periferia di Manchester, al numero 84 di Plymouth Grove, dove la Gaskell ha vissuto con la famiglia per buona parte della sua vita è oggi visitabile. Restaurata grazie al Fondo britannico per la Lotteria. Qui la Gaskell ha ospitato molte personalità letterarie, tra le quali Charles Dickens e Charlotte Brontë.
Oggi la dimora è custodita da volontari, diventata centro di cultura e vi si svolgono periodicamente manifestazioni letterarie di rilievo oltre ai tour organizzati per turisti.