SETTIMA ARTE

The artist di Michel Hazanavicius, quando un silent movie, black & white diventa una dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte

THE ARTIST è una dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte. Il lungometraggio è diretto dal francese Michael Hazanavicius< (purtroppo poco conosciuto nel nostro paese) che ha saputo miscelare sapientemente il genere romantico e la commedia, con una buona componente di dramma. In bianco e nero e senza parole (infatti si tratta di un silent movie) la pellicola è stata una sfida che il regista ha vinto, dimostrando che anche il silenzio ha la sua eleganza e può comunicare emozioni con la maiuscola.

The artist di Michel Hazanavicius ha vinto su tutti i fronti, il film ha ottenuto ben 5 Premi Oscar, 3 Golden Globe, 7 BAFTA e 6 César (senza contare le numerose nomination che ha annoverato). Tutti premi pienamente meritati sia per la pellicola che per il sapiente lavoro del regista e degli attori.
The artist vanta, come tutte le storie ben riuscite non solo nel cinema, una trama solida e, incredibilmente, semplice. Siamo nel 1927, periodo in cui il cinema muto sta per tramontare, i primi sintomi infatti erano arrivati con l’apparizione nel 1926 di Don Juan – Don Giovanni e Lucrezia Borgia di Alan Crosland, primo film sonoro ma non parlato (le immagini erano accompagnate solamente dalla musica, non con il classico metodo dell’orchestra in buca in auge fino a quel momento, ma con l’utilizzo del Vitaphone), sintomi intensificati dall’arrivo, a sei mesi di distanza, di The Jazz Singer sempre di Alan Crosland, il primo vero film sonoro/parlato al quale convenzionalmente si associa il tramonto definitivo del cinema muto.
In verità anche dopo l’avvento e la predominanza del sonoro (elemento quasi indispensabile per la buona riuscita di una pellicola, soprattutto come si dice una pellicola di cassetta) qualche altro esperimento di silent movie è stato fatto, vedi Le vacanze di Monsieur Hulot di Jacques Tati del 1953 o L’ultima follia di Mel Brooks di Mel Brooks del 1976.
The artist racconta di un uomo, della sua discesa e di un mondo (quello del cinema) che si trasforma rapidamente lasciando indietro ciò che è stato (attori, film, sogni) per dare spazio al nuovo (i giovani attori, il film sonoro, le esigenze del pubblico). Ma racconta anche di un amore (quello di una donna per un uomo, quello di un uomo per il cinema).
Da una parte c’è George Valentin (nome chiaramente ispirato al grande Rodolfo Valentino), interpretato da un ottimo Jean Dujardin (già complice di Hazanavicius in OSS 117 e Premio Oscar come miglior attore protagonista proprio per The artist), un attore, egoista, narcisista, quotato e richiesto, un divo insomma, che ha costruito il suo successo proprio con il cinema muto e che, dall’alto della sua presunzione, rifiuta l’avvento del sonoro. Dall’altra parte della storia c’è la bella e giovane Peppy Miller, interpretata dalla brava Bérénice Bejo, aspirante attrice, generosa, dolce e innamorata del mito George Valentin, al quale riesce a strappare un bacio facendosi fotografare e ottenendo un inaspettato palcoscenico grazie al piccolo scandalo. La bella Peppy riuscirà ad avere una parte come comparsa proprio in un film interpretato da George Valentin, che si percepisce non totalmente insensibile al suo fascino (anche se sposato).
Poi c’è Uggie, il cagnolino, fedele compagno (nella vita e sullo schermo) di George che non lo abbandonerà mai, lo amerà anche dopo la sua scivolata all’inferno (gli salverà perfino la vita) e forse unico elemento che rende il personaggio di George Valentin più umano e meno fastidioso di quanto potrebbe essere. Personaggio apparentemente di contorno ma di primaria importanza, il cagnolino Uggie attraversa tutta la pellicola, trait d’union che riesce a tenere uniti tutti i pezzi delle vite dei personaggi, rimanendo sempre se stesso e un solido supporto per George.
Nella sua missione di fedele angelo custode il cagnolino viene accompagnato da Clifton (interpretato dal grande James Cromwell, figlio adottivo del regista John Cromwell), autista, amico, in parte segretario dell’attore (vedi la scena in cui è Clifton ad autografare le fotografie di George per il pubblico), presenza che avrà una valenza altrettanto importante nella vita dell’attore, prima e dopo la sua discesa.
Tutto ruota intorno al declino (dovuto anche allo stupido orgoglio del protagonista) professionale e di conseguenza personale di un uomo e all’ascesa, la conquista del successo e del riconoscimento di una giovane donna (dovuta anche al piccolo neo che lo stesso George disegna, con una normale matita, sul viso di Peppy – piccolo particolare che l’avrebbe resa differente dalle altre aspiranti attrici – e che la ragazza continuerà a portare come segno distintivo della sua bellezza).
John Goodman, un professionista di spessore, non delude con la sua interpretazione di Al Zimmer, cinico agente cinematografico, votato al business ma, in fondo, umano e dal cuore tenero, tanto che dopo aver perso George scivolato nel suo patetico oblio, si prende cura della carriera di Peppy e, quando lei lo chiede, è pronto a dare una seconda chance all’uomo.
The artist è una storia delicata, racconta un amore platonico che scivola negli anni accompagnando i protagonisti, un film che Hazanavicius (forte della sua capacità di essere un regista vero e professionale) ha sapientemente costruito, dove emergono le contaminazioni del cinema muto classico, a partire da Murnau (uno dei grandi maestri del Kammerspiel e che ha rappresentato il collegamento tra l’Espressionismo e il Kammerspiel stesso nel cinema) fino a Borzage.
Splendidi tasselli di un puzzle cuciti insieme dalla pazienza (sicuramente certosina) di un professionista preciso e attento ai particolari, con un filo che corre lungo la pellicola composto da musiche, intelligentemente dosate e inserite per unire i blocchi di scene (musiche create, su stessa ammissione del regista, ispirandosi ai classici autori di colonne sonore, dell’epoca e non, come WaxmannHermann e Steiner). Musiche evocative e intense che contaminano lo spettatore toccando le emozioni più profonde.
Guillaume Schiffman, che si è occupato della fotografia, in The artist ha saputo sfruttare con sapienza il bianco e nero, giocando sulle sfumature per accentuare o smorzare le emozioni e i passaggi interiori dei protagonisti. Il soggetto, sempre di Hazanavicius, ha intessuto una trama e costruito una storia densa di intimismo e pregna di significati e simbolismi (vedi ad esempio le scale che appaiono in buona parte delle scene e per le quali il protagonista maschile scende sempre, a simboleggiare il suo declino e la protagonista femminile sale sempre, a simboleggiare la sua ascesa).
Una piccola nota: The artist non è completamente muto come sembrerebbe (a parte la colonna sonora ovviamente), ma contiene una delle più belle scene, a mio parere, del cinema contemporaneo, dove il sonoro la fa da padrone. Il sogno che il protagonista fa a seguito del suo rifiuto, che esterna anche violentemente, di recitare in un film sonoro (si odono i rumori più comuni, dal rumore del bicchiere appoggiato sul piano dello specchio, al rumore addirittura ridondante delle suole delle sue scarpe che toccano il pavimento, fino alle risate di giovani donne che si muovono all’esterno dello studio, di contro lui urla ma dalle sue labbra non esce alcun suono, ad amplificare la sua incapacità di comunicare e di essere compreso).

Ci sarebbero numerose altre scene in questo bel lungometraggio che meriterebbero una nota a parte, ma sostituirò ulteriori descrizioni con un semplice consiglio, quello di vedere il film (a chi non lo avesse già fatto) e magari cominciare a dare un’occhiata anche a quella filmografia che ha costruito il grande cinema (silent movie e non).
Insomma The artist è destinato a rimanere un piccolo gioiello nella storia della filmografia, vuoi per il coraggio della sfida che ha accettato (un film muto, in bianco e nero nel terzo millennio), vuoi per la bontà del prodotto che non delude il pubblico di massa come non può assolutamente deludere quello di appassionati. Il cast tecnico è decisamente all’altezza delle aspettative, come lo sono gli attori (oltre ai principali protagonisti il film contiene anche un ruolo cameo di Malcolm McDowell, prolifico attore britannico che ha legato la sua carriera al ruolo, offertogli da Stanley Kybrick, di Alex DeLarge protagonista di Arancia Meccanica).
Il film è ritmato e appassionante e contiene tutti gli elementi per rimanere imperituro. Ultima nota sul finale di The artist, poco verosimile ma molto gratificante per il pubblico.