Tutte le sfumature del rosa… Elizabeth Gaskell, la scrittrice che ha scardinato i cliché dell’epoca vittoriana… Parte Seconda

Il 1841 vede i Gaskell visitare il Belgio e la valle del Reno in Germania. Nell’estate del 1845 la famiglia trascorre una vacanza estiva in Galles, periodo durante il quale il piccolo William, unico figlio maschio, muore di scarlattina a soli dieci mesi dalla nascita. Un colpo durissimo per Elizabeth ma che riesce a superare anche grazie al marito che la appoggia e la esorta a dedicarsi a un’attività che richiedesse intensa e prolungata concentrazione. Elizabeth raccoglie i consigli del marito e comincia così a scrivere.
Il primo esperimento letterario di Elizabeth Gaskell è un bozzetto in versi composto insieme al marito William, poi approda al romanzo. Nel 1848 vede così la luce Mary Barton, un crudo affresco sulle divisioni di classe e le ingiustizie sociali che desta scandalo. Pubblicato anonimo, come era consuetudine per le scrittrici del tempo. Costrette a firmarsi con la sola frase by a lady (scritto da una signora) o con uno pseudonimo, il più delle volte maschile, giacché donna nota equivaleva a donna pubblica.
Nel 1849 la Elizabeth Gaskell trascorre un periodo di vacanza al Lake District, dove incontra William Wordsworth. Nel 1851 Elizabeth è a Londra per la Great Exhibition e nel dicembre dello stesso anno pubblica il racconto Our Society at Cranford su Household Words su espresso invito di Charles Dickens, che l’ha notata e lodata per il suo lavoro. Il racconto colpisce talmente Dickens che convince la Gaskell a scrivere un seguito, assicurandosene la pubblicazione, che vedrà la luce nel 1853 come romanzo dal titolo Cranford.
Sempre nel 1853 Elizabeth si reca a Haworth, in visita all’amica Charlotte Brontë. Proprio su richiesta del reverendo Patrick Brontë, padre di Charlotte e unico sopravvissuto alla famiglia, la Gaskell scrive The life of Charlotte Brontë. Riconosciuta come forse la più bella biografia dell’indimenticata scrittrice.

La Gaskell comincia a scriverla qualche mese dopo la scomparsa di Charlotte e la sua stesura si colloca tra Cranford del 1853 e Nord e Sud, scritto tra il 1854 e il 1855, il suo romanzo più conosciuto e letto. Un’opera sociale che tratta temi come quello politico e sociale, attraverso lo sviluppo industriale e le lotte di classe, facendo una lucida analisi delle diverse facce del progresso. E mettendo in risalto le chiare differenze tra il ricco nord industriale e il sud agricolo e nettamente più povero.
Poco prima di Nord e Sud pubblica un romanzo di notevole interesse dal titolo Ruth. Una trama decisamente avanti per l’epoca trattando la storia di una giovane donna, ragazza madre, aiutata da un sacerdote che per farle trovare un impiego la spaccia per vedova. Il libro ha un epilogo decisamente tragico, come esigevano i canoni dell’epoca, con la morte della protagonista. Ma per la prima volta viene scardinato un cliché dell’epoca vittoriana, quello della donna caduta e viene proposta un’alternativa alla prostituzione. Una scelta coraggiosa quella della Gaskell che non le risparmia, però, numerose e violente proteste.
Donna sensibile alle problematiche e alle contraddizioni vissute dalle donne in epoca vittoriana, che non doveva mai oltrepassare i limiti e mantenere il loro posto, anche se dotate di talento fuori dal comune, la Gaskell tratta con delicatezza le tematiche ma dai suoi scritti non può evitare che traspaia la sua natura di donna che pensa e ha idee proprie.
Scrive parecchio toccando anche la tematica del gotico in racconti brevi, che, però, riscuotono parecchio successo. In parte per il suo background culturale (essendo vissuta in campagna) è una grande estimatrice delle storie popolari e delle leggende, anche trasmesse oralmente. Ammette di credere ai fantasmi e di averne incontrato addirittura uno.

Gli amici ammirano la sua straordinaria capacità di narratrice anche di storie di spettri intorno a un focolare. Esplora però la tematica del macabro e del mistero solo nei racconti brevi dai quali ne emerge un conflitto latente tra bene e male. Basti pensare al tema ricorrente della maledizione familiare.
Verso la fine della sua esistenza con i proventi dei suoi libri acqusita un cottage per il marito nello Hampshire, dove si spegne nel 1865, a soli cinquantacinque anni, a causa di una crisi cardiaca. Lasciando incompiuto il suo ultimo lavoro Mogli e figlie, che verrà completato dall’editore e pubblicato postumo. Romanzo in cui abbandona le tematiche sociali a favore di ritratti di provincia, permeato di humor e umanità.
Nella sua vita ha viaggiato molto in Europa visitando la Francia, Roma, Firenze e Venezia. Ma il suo ultimo viaggio la riporta a casa, a Knutsford, dove viene sepolta.

E infine una curiosità. La casa sita alla periferia di Manchester, al numero 84 di Plymouth Grove, dove la Gaskell ha vissuto con la famiglia per buona parte della sua vita è oggi visitabile. Restaurata grazie al Fondo britannico per la Lotteria. Qui la Gaskell ha ospitato molte personalità letterarie, tra le quali Charles Dickens e Charlotte Brontë.
Oggi la dimora è custodita da volontari, diventata centro di cultura e vi si svolgono periodicamente manifestazioni letterarie di rilievo oltre ai tour organizzati per turisti.

Tutte le sfumature del rosa… Elizabeth Gaskell, la scrittrice che ha scardinato i cliché dell’epoca vittoriana… Parte Prima

Elizabeth Cleghorn Gaskell nasce a Londra (precisamente a Chelsea) nel settembre del 1810 dal pastore unitariano William Stevenson e da Eliza Wedgwood. Appena trascorso l’anno di vita viene sradicata da Londra perché rimasta orfana di madre e viene inviata a Knutsford, nello Cheshire, in casa di una zia, Hannah Lumb, che si occuperà di lei per buona parte della sua infanzia.
La vita nella cornice rurale del villaggio di Knutsford, dove viveva, e Sandlebridge la tenuta dei nonni dove trascorreva le vacanze, hanno contribuito a influenzare le opere della scrittrice con uno dei temi a lei più cari, la natura. Spesso, infatti, Elizabeth Gaskell descrive scene campestri di ampio respiro, popolate di fiori, colori e addirittura animali d’allevamento. Ne sono un esempio alcuni passaggi di Mia cugina Phillis oppure le scene nella fattoria in Gli innamorati di Sylvia. La natura, però, ha anche un risvolto più inquieto che i passaggi narrativi della Gaskell non possono ignorare ma che la stessa autrice compensa con scenografie piene di vita e di umanità.
Elizabeth vive nella tranquilla campagna inglese fino al 1822, anno in cui viene mandata a scuola a Warwick e in cui muore per incidente il suo unico fratello John. Il tragico evento contribuisce ad allentare i rapporti con il padre, già sfilacciati a causa della distanza e dei pessimi rapporti che quest’ultimo ha con la zia Hannah. La famiglia della zia, gli Holland, diventa la famiglia di Elizabeth e da questa assorbe le idee politicamente liberali e quelle religiosamente tolleranti che sono proprie degli Holland. Nonché acquisisce la libertà di allargare i propri orizzonti approfondendo le sue letture e formandosi idee autonome sui più svariati argomenti.
Anche a causa della sua situazione i legami familiari, così come le tematiche sociali, diventeranno tra i temi dominanti nella carriera letteraria di Elizabeth. Infatti la famiglia è un elemento molto presente nei suoi scritti. I rapporti tra i membri della famiglia sono il perno attorno a cui si muovono le sue trame. Basti pensare ai rapporti tra padre e figlia femmina in Mary Barton, Nord e Sud e anche ne Gli innamorati di Sylvia. Se ne deduce che la situazione familiare vissuta da Elizabeth e, sopratutto, il rapporto con il padre furono fonte di grande sofferenza per lei. I legami tra fratelli e sorelle, genitori e figli, marito e moglie, tutti elementi cardine per lo sviluppo dei suoi romanzi. Così come, altro elemento che ricorre spesso, la maternità. Nei romanzi della Gaskell i rapporti tra donne tracciano in modo eccellente un mondo femminile con tutte le sue complessità e le sue sofferenze. Così come in Gli innamorati di Sylvia la scrittrice analizza il rapporto tra marito e moglie in modo lucido e impietoso, gettando le basi per la letteratura che ne sarebbe seguita (un chiaro esempio ne è stata George Eliot).
Nel 1826 Elizabeth Gaskell si trasferisce a Stratford-on-Avon, città natale di William Shakespeare. E a partire da quegli anni, a soli sedici anni, comincia a viaggiare visitando Londra, Newcastle ed Edimburgo. Nel 1831 accompagna un’amica a Manchester dove incontra William Gaskell, pastore unitariano oltre che uomo attivo e impegnato socialmente. Tanto che la sua cappella era il punto di ritrovo di una cerchia di intellettuali anticonformisti. Lui ed Elizabeth si sposano nel 1832, il loro viaggio di nozze li porta nel Galles e la scrittrice si trasferisce a Manchester con il marito, da cui avrà ben sei figli, di cui due non sopravviveranno all’infanzia.
Manchester è un centro dinamico, in piena espansione, industrializzato. Influisce sulla salute di Elizabeth, abituata a vivere la quiete della campagna, ma risulta anche uno stimolo per la sua presa di coscienza del passaggio che sta vivendo il paese, da un’economia e una società contadine a una più moderna e industriale.
Nei primi anni di matrimonio affianca il marito nel lavoro di insegnante alla scuola domenicale, dedicata ai bambini degli operai, spesso operai a loro volta. Nella sua posizione di moglie di un pastore della Chiesa d’Inghilterra vanta una posizione di privilegio che può entrare in contatto con i differenti gradini della scala sociale. Sia con il mondo operaio che con l’intellettualità progressista. Cosa che la avvicina alle teorie di un socialismo utopistico. E anche la socialità diventerà una componente fondamentale nella scrittura della Gaskell. Nelle sue trame gli affari di famiglia, di villaggio, di città o di contea svolgono un ruolo predominante. E le sue storie sono popolate da differenti classi sociali, partendo dalla nobiltà, fino al terzo stato per passare attraverso la borghesia.
Nei suoi lavori la Gaskell tenta di esplorare le complesse dinamiche dei rapporti tra le varie classi sociali, come operai e industriali. Tentando di sottolineare come sia importante cercare un punto di incontro, anche su conflitti apparentemente irrisolvibili, che passi attraverso la disponibilità a comprendere e al senso umano. Atteggiamento il suo che l’ha portata a essere descritta, poi, come una esperta conoscitrice delle dinamiche legate al progresso industriale. Ma che, all’epoca, ha sollevato non pochi scandali e scontri nella borghesia industriale per la sua chiara inclinazione alla solidarietà con i lavoratori.

continua…

Tutte le sfumature del rosa… Laura Cereta. Intellettuale e scrittrice. Un carattere volitivo al servizio dello studio e della conoscenza. Tra l’umanesimo e i prodromi del femminismo.

ceretaLaura Cereta (conosciuta anche con il cognome Cerreta o Cereto) umanista e scrittrice italiana del periodo rinascimentale, proveniente da un’illustre famiglia bresciana a detta di alcuni, tra cui Anna Maria Mozzoni, sembrerebbe sia stata fra le prime donne ad aver insegnato filosofia. Nei rarissimi ritratti giunti fino a noi la Cereta si presenta con espressione assorta, il sopracciglio sinistro alzato come a dichiarare un dubbio. Pensatrice, intellettuale ma, sopratutto, studiosa. La maggior parte dei suoi scritti consiste principalmente in lettere scritte ad altri intellettuali dell’epoca.
Laura Cereta nasce a Brescia nel 1469, all’interno di un’antica e illustre famiglia bresciana, primogenita di Silvestro Cereta e Veronica di Leno. All’età di sette anni viene inviata in convento, dove impara a leggere, scrivere, ricamare e le basi del latino. Per uscirne a nove anni con il rischio che questa preparazione si sarebbe arrestata se non fosse stato per la lungimiranza del padre. Che, oltre a credere nell’educazione delle donne, intuisce in Laura una curiosità e una viva intelligenza e decide di farsi carico personalmente della sua educazione culturale. La introduce così alla letteratura greca e latina, alla matematica, all’astrologia, alle Sacre Scritture e alla filosofia che, sembra, diventi la disciplina preferita da Laura.
A soli quindici anni Laura sposa un mercante veneziano, tale Pietro Serina, che condivideva con lei l’amore per l’apprendimento. Il matrimonio è apparentemente felice, nonostante i continui litigi dei due. Matrimonio che si conclude troppo presto perché Pietro muore di peste pochi mesi dopo le nozze. Laura rimane sola, senza figli e non si sarebbe più risposata.
Quando la gestione della casa ricade sulle spalle di Laura lei prende l’abitudine di dedicare le ore del giorno agli impegni domestici e quelle notturne allo studio. Si cimenta in un’erudita produzione in latino con l’intento, nonostante la giovane età, di entrare a far parte dei circoli intellettuali. Si fa notare grazie a un curioso dialogo dedicato a un asino morto, Asinarium funus oratio. Le sue speranze, però, sono riposte, invano, nell’epistolario composto da ottanta missive, un insieme di lettere inviate a familiari e intellettuali (personaggi reali e di fantasia), circolato manoscritto tra il 1488 e il 1492 con il titolo Epistolae Familieares. L’opera vedrà le stampe postuma, solamente nel 1640.
Comincia a tenere conferenze di filosofia all’Università di Padova. Dove sembra abbia insegnato per diversi anni.
Di carattere volitivo ma contraddittorio, Laura è una ferrea sostenitrice di una vita all’insegna della virtus e della dedizione agli studi. Intreccia scritti d’occasione (felicitazioni, scuse, ringraziamenti, ecc.) a testi dal sapore decisamente più umanistico. La sua produzione infatti si compone anche di lettere che parlano della morte, della guerra, del destino e del dolore.
Viene addirittura sospettata di non essere la reale autrice delle missive che invia, essendo una cosa inconsueta che una fanciulla potesse padroneggiare il latino con tanta abilità. Criticata sia da uomini che da donne per la sua esibita sicurezza in se stessa, Laura si difende in modo energico dagli attacchi dimostrando costantemente le sue qualità. Anche con l’aiuto della sua vis corrosiva, che ha come bersaglio privilegiato la condizione femminile dell’epoca. Attaccando anche le donne che, per loro stessa volontà, riducono la loro autonomia accondiscendendo al volere dell’uomo. Il quale non solo ne approfitta apertamente ma si erge a giudice criticando in modo sprezzante coloro le quali, al contrario, scelgono di dar lustro alla loro intelligenza e alla loro cultura.
cereta2Arriva addirittura a polemizzare l’opera del Boccaccio, maggiormente celebre all’epoca, De mulieribus claris, considerata la più significativa e autorevole in merito alle raccolte di vite di donne celebri. Volendo dimostrare la sua tesi, cioè che le donne eccellenti non sono dei monstra, bensì costituiscono un vero e proprio prestigioso lignaggio, la Cereta offre un corposo elenco, che include tanto nomi mitologici, quali Saba, regina d’Etiopia e Manto, figlia di Tiresia, quando contemporanei, come Isotta Nogarola o Cassandra Fedele.
Laura, inoltre, sostiene che la natura fornisce la libertà di apprendere a tutti, indipendentemente dal sesso, a patto che desiderino farlo sul serio, intraprendendo un cammino di conoscenza e rettitudine. Anche se non viene dimostrata una conoscenza diretta tra Cristina di Pizan e Laura Cereta, sembra, come ha evidenziato Diana Robin, che i punti di contatto tra le riflessioni della Cereta e La città delle dame siano molteplici. Decisamente però le sue riflessioni su questi temi sono da ascrivere a un filone che, nei secoli successivi, vedrà impegnate con maggior sistematicità anche Moderata Fonte, Lucrezia Marinelli e Arcangela Tarabotti.
Un’intellettuale femminista ante litteram, così la si potrebbe definire Laura Cereta. Nelle sue opere difende principalmente i diritti all’educazione delle donne. Disquisisce sui contributi che le donne hanno dato nell’ambito politico, culturale, storico e nella vita intellettuale. Senza dimenticare che lotta strenuamente contro l’oppressione delle donne sposate, condizione piuttosto comune all’epoca. Fortemente ispirata all’esempio del Petrarca ricerca l’immortalità nella scrittura.
Sugli ultimi anni di vita di Laura Cereta non ci sono testimonianze chiare. E le fonti riportano notizie discordanti e vaghe. Qualcuno sostiene sia entrata in un ordine religioso, mentre il fratello Daniele, anche lui apprezzato umanista, riferisce, in un suo poema, che Laura stesse diventando poetessa. In ogni caso di una sua evetuale produzione di scritti durante gli ultimi dieci anni di vita non resta traccia fino a noi. E la sua produzione non vedrà una traduzione in inglese prima del 1997, quasi cinquecento anni dopo la sua morte.
La morte sopraggiunge a soli trent’anni, nel 1499, sembra per cause misteriose. Viene sepolta a Brescia, nella chiesa di San Domenico.

Tutte le sfumature del rosa… Caterina Percoto, la contessa contadina, eclettica, educatrice e libera professionista ante litteram

1887 Percoto Caterina 744050/29 ©Archivio Publifoto/Olycom

Caterina Percoto è stata una scrittrice di poesie e di racconti e novelle, sia in italiano che in friulano, un’intellettuale e, come si direbbe oggi, una libera professionista. Ha condotto una vita prevalentemente di studio e scrittura, imparando da autodidatta il tedesco, il francese, il latino e studiando la storia e i classici.
La scrittrice nasce in Friuli, precisamente a San Lorenzo di Solschiano, nel Comune di Manzana in provincia di Udine il 12 febbraio del 1812. Nella numerosa famiglia del conte Antonio Percoto, unica figlia femmina e secondogenita.
Nasce da famiglia nobile ma in un contesto, quello di San Lorenzo di Solschiano, povero di vita intellettuale e culturale. Vicino a Udine, in una posizione difficile da raggiungere a causa delle strade poco praticabili.
Nel 1821, a causa della prematura scomparsa del padre, la famiglia si trasferisce a Udine e Caterina ed entra nell’Educandato di Santa Chiara. Dove resterà fino ai diciassette anni. Educata in un contesto religioso da monache sviluppa una certa idiosincrasia verso la vita monacale, tema che le sarà caro e che trasparirà anche attraverso i suoi scritti. Proprio in questo periodo, nel 1828 all’età di sedici anni, incontra il suo primo amore, ma la relazione tra i due viene troncata quasi immediatamente. A quanto sembra fortemente scoraggiata sia dalla madre Teresa Zaina che dalle suore perché il giovane è di origine ebrea.
Nel 1829 la famiglia di Caterina lascia Udine per ragioni economiche e torna a San Lorenzo di Soleschiano. Caterina lascia gli studi e segue la famiglia facendo ritorno al paese. Comincia a occuparsi dell’azienda di famiglia e a seguire l’educazione dei fratelli minori, on l’aiuto di don Pietro Comelli, già fattore dei conti Percoto, che diventerà negli anni la sua guida spirituale e un amico sincero. Sovrintendendo al lavoro nei campi e alla cultura dei bachi da seta Caterina riporta nei suoi scritti lo stato di povertà del Friuli sotto il dominio austriaco.
Don Pietro Comelli diventa anche il volano per la carriera letteraria di Caterina inviando segretamente, nel 1839, il suo primo scritto al giornale culturale triestino la Favilla. Si tratta di un commento alla traduzione di Andrea Maffei di alcuni brani della Messiade di Klopstock, un poeta tedesco. Inizia così la carriera di Caterina e il rapporto con l’editore Francesco Dall’Ongaro, che diventerà il suo mentore. A quello scritto segue un saggio su Ariosto e nel 1841 appaiono i primi racconti della Percoto, seguiti poi dalla pubblicazione regolare sulla rivista di opere a tema rustico. Nel 1845 appare il suo primo volume di narrativa dal titolo Lis Cidulis. Scene carniche dove viene descritto in modo quasi centrale il paesaggio friulano, con particolare attenzione alla sua campagna al centro. Tanto da essere utilizzato proprio per promuovere il Friuli da Pacifico Valussi, amico della Percoto a cui deve il soprannome di contessa contadina proprio per la sua scelta di vita.
Nel 1847, dopo un viaggio a Vienna, Caterina inizia un rapporto epistolare, che diventerà un’amicizia, con Carlo Tenca. Nel 1848, con la Prima guerra di indipendenza, gli scritti di Caterina diventano politicamente più impegnati. In particolare dopo essere stata testimone oculare dei cosiddetti Fatti di Jalmicco. Che prendevano il nome da Jalmicco, frazione di Palmanova, uno dei paesi, insieme a Visco e Bagna Arsa (che ha aggiunto al nome il termina arsa proprio in ricordo di questi fatti) a cui l’esercito austriaco aveva dato fuoco per mettere fine a un’insurrezione di Udine e altri paesi friulani che si ribellavano alla dominazione austriaca dichiarandosi italiani.
Nel frattempo, in quegli anni, muore il fratello Costantino, che le lascia il compito gravoso dell’educazione dei suoi giovanissimi figli.
precoto_raccontiNel 1852 respinge la proposta di matrimonio di Pietro Vianello. Nel 1854 muore la madre che lascia a Caterina la conduzione dell’intera azienda di famiglia. Nonostante all’epoca fosse considerato disdicevole per una donna, Caterina decide di gestirla comunque personalmente. Nonostante sia già piuttosto impegnata con la sua carriera letteraria. E Caterina dimostra un’anima di imprenditrice innovativa affrontando questa nuova avventura con decisione. Si abbona a diverse pubblicazioni periodiche di stampo liberale dedicate all’agricoltura, alle innovazioni tecnologiche, alla politica e alla scienza. Si tiene informata, raccoglie dati e informazioni e si appassiona all’idea di innovare il modo di fare agricoltura. Così decide di importare in Friuli, per la prima volta, vitelline di razza Swift, probabilmente le antesignane dell’attuale pezzata rossa, galline razza America, ma, sopratutto, importa dalla Transilvania un particolare baco da seta, più resistente al clima umido della zona.
Nella sua cerchia di amicizie vanta nomi di letterati, politici e giornalisti. Tra cui Pacifico Valussi e Francesco Dall’Ongaro, nonché la contessa e patriota Clara Maffei, moglie del poeta Andrea Maffei. Nel 1856 va a Torino ospite degli Antonini e fa tappa a Milano, dove incontra Ippolito Nievo, Carlo Tenca e Niccolò Tommaseo.
Inoltre Caterina, molto sensibile alla condizione femminile, collabora con la rivista La ricamatrice, edita dal milanese Alessandro Lampugnani, dove scrive opere pedagogiche rivolte proprio alle donne.
Negli anni Cinquanta la Precoto inizia a scrivere in lingua friulana ma le trattative con Le Monnier di Firenze sono lunghe a causa dei timori dell’editore che i racconti in friulano potessero infastidire gli Austriaci. Nel 1858 per interessamento del Tenca, del Tommaseo e, sopratutto, dell’Antonini, esce presso Le Monnier la prima edizione dei Racconti, con prefazione del Tommaseo.
Nel 1861 è ospite della contessa Baroni a Firenze dove si reca, sopratutto, con l’intento di incontrare Le Monnier per discutere della seconda edizione dei Racconti, ma l’incontro non avviene. La nuova edizione dei Racconti esce in due volumi a Genova nel 1863 per i tipi dei fratelli Bottero, per conto del periodico La donna e la famiglia.
In quegli anni Caterina è già sofferente per i suoi problemi di salute ma questo non le impedisce di avere incontri di particolare rilievo tra cui quello con Giuseppe Garibaldi in persona nel 1867 a Udine. Nello stesso periodo si reca a Firenze dove frequenta il salotto di Francesco Dall’Ongaro venendo in contatto con i letterati e i politici di rilievo del periodo.
L’anno successivo rifiuta la nomina di direttrice dell’Educandato di Santa Chiara. Per il suo impegno in ambito pedagogico nel 1871 il ministro Cesare Correnti la inserisce nella schiera delle donne egregie e la nomina Ispettrice degli educandati veneti (i collegi per l’educazione delle fanciulle).
Nel 1878 esce per la Biblioteca Ricreativa dell’editore Carrara di Milano Ventisei racconti vecchi e nuovi. Nel 1883 l’editore Carrara stampa l’edizione completa e definitiva sotto il titolo di Novelle popolari edite e inedite, 25 in totale, di cui 6 inedite.
Nel 1885 le condizioni di salute di Caterina peggiorano e la scrittrice si ammala gravemente, tanto da non potersi neppure recare ad Arta per incontrare il Carducci. Caterina Precoto muore il 15 agosto del 1887 a San Lorenzo di Soleschiano e viene sepolta a Udine accanto al poeta Pietro Zorutti.

Tutte le sfumature del rosa… Jane Austen, visse in guerra e non scrisse di guerra, scrisse d’amore e non visse l’amore

jane_austenJane Austen nasce a Steventon, nello Hampshire, il 16 dicembre del 1775 ed è riconosciuta come una della scrittrici del panorama letterario inglese più famose al mondo. Una figura che è stata di primaria importanza nella narrativa preromantica (corrente della prima metà del XVIII secolo). Penultima di otto figli (sei maschi e due femmine) nasce dal un pastore anglicano George Austen e da Cassandra Leigh. Jane nonostante i numerosi fratelli rimane legata soprattutto alla sorella Cassandra, con la quale intratterrà un rapporto epistolare e condividerà il destino di non prendere marito.
Accudita per il primo anno di vita da una balia, come era usanza, crebbe in un ambiente culturalmente molto stimolante. Il padre si prese in carico personalmente la sua educazione insegnandole il francese e le basi della lingua italiana. Oltre che contribuire alla sua crescita letteraria grazie alla vastissima collezione di libri che vantava.
Sempre come da consuetudine Jane e la sorella Cassandra furono mandate a Oxford, nel 1783 e, in seguito, a Southampton per approfondire la propria educazione. Frequentarono entrambe la Abbey School di Reading dal 1785 al 1786, per poi fare ritorno a casa.
Jane scrisse i suoi Juvenilia, tre raccolte (toccando vari generi, dall’umoristico, ai racconti, alle poesie, a bozze di romanzi e parodie) tra il 1787 e il 1793. Quasi tutti scritti destinati a una ristretta cerchia di conoscenti, dedicati ad amici e parenti ad eccezione di Edgar ed Emma. Amore e amicizia, il più famoso tra i suoi Juvenilia. Una parodia in forma epistolare di racconti romantici. Una sorta di prodromo di Ragione e sentimento, dove con il personaggio di Marianne Dashwood approfondirà molto le tematiche trattate nella corrispondenza delle tre amiche (Laura, Isabel e Marianne) voci narranti di Edgar ed Emma.
Nel 1795 Jane conosce Thomas Langlois Lefroy, nipote di alcuni vicini di Steventon, per cui inizia a provare un certo attaccamento. Purtroppo, però, la famiglia Lefroy non ritiene la figlia del reverendo Austen degna socialmente del giovane, che viene allontanato nel 1796. Decisione che Tom deve subire a causa della sua dipendenza economica dalla famiglia.
Tra il 1795 e il 1799 la Austen inizia la stesura di quelli che diventeranno, nel tempo, i suoi lavori più importanti e celebri. Tra cui Prime Impressioni, prima bozza di Orgoglio e pregiudizio ed Elinor e Marianne, che sarebbe diventato Ragione e sentimento.
In quegli anni Jane affina la sua dote letteraria sostenuta dal padre George che, rimasto colpito dal talento della figlia, tenta anche di contattare un editore invano. In quel periodo Jane lavora anche a un altro romanzo inizialmente intitolato Susan, diventato poi L’Abbazia di Northanger, satira del romanzo gotico. All’epoca molto in voga.
La famiglia si trasferisce a Bath nel 1800. Dove nel 1805 il padre George muore improvvisamente lasciando la moglie e le figlie in condizioni economiche precarie, seppur aiutate dai fratelli maschi.
Nel 1806 le tre donne decidono di trasferirsi di nuovo e si spostano a Sauthampton, presso il fratello Frank. E successivamente, nel 1809, a Chawton dove un altro fratello, Edward, mette a loro disposizione un cottage di sua proprietà.
jean_austelibriNel 1813 vede la luce l’ultima revisione di Prime impressioni che verrà ricordato nella storia della letteratura come Orgoglio e pregiudizio. Accolto immediatamente bene. Nel frattempo Jane lavora a Mansfield Park, che verrà terminato e pubblicato nel 1814. Esaurendo tutte le copie in soli sei mesi.
Nel 1815 sarà la volta di un altro capolavoro indimenticato: Emma. Ultimo romanzo che Jane Austen pubblica in vita. Seguito poi da Persuasione, scritto nel 1815 ma pubblicato postumo nel 1817, insieme a L’Abbazia di Northanger.
Jane si ammala gravemente nel 1816. Colpita da una malattia all’epoca incurabile. Nel 1817 la sorella Cassandra la accompagna a Winchester in cerca di una cura adeguata. Inutilmente, però, perché Jane muore in quella città e viene sepolta nella cattedrale.
Negli ultimi mesi di vita aveva continuato a scrivere iniziando la stesura di una satira, Sanditon, sul progresso e le sue conseguenze. Lavoro rimasto incompiuto.
In vita Jane non ha mai lasciato la casa materna e muore nubile come la sorella. Dopo la sua dipartita i fratelli e in seguito i discendenti hanno distrutto gran parte delle sue carte private. Uno dei suoi nipoti poi, nel 1869, ha scritto una sua biografia dove viene descritta come una signorina esemplare, dedita alla vita domestica e incidentalmente alla letteratura.
Alcune particolarità. I suoi romanzi furono pubblicati tutti anonimamente, corredati da semplici indicazioni come by a lady oppure by the author of Sense of Sensibility. Nonostante in alcuni circoli aristocratici il nome dell’autrice fosse noto, solo con la pubblicazione postuma di L’Abbazia di Northanger e Persuasione il fratello Henry rivelò il nome dell’autrice al pubblico.
La Austen non tratta mai nei suoi romanzi temi bellici, nonostante fosse vissuta nel periodo delle guerre napoleoniche. Nei suoi scritti si concede una cifra stilistica ironica, che non risparmia i suoi personaggi e sostiene le battute sarcastiche che permettono al lettore di inquadrarli. Mentre il quotidiano diventa oggetto di descrizione e soggetto narrativo primario, elementi essenziali nello svolgimento delle sue trame.

Tutte le sfumature del rosa… Jean Webster, nipote di Mark Twain, l’antesignana dello young adult

jean_websterTutte le sfumature del rosa… intende scoprire e riscoprire profili di tutte quelle donne che hanno lasciato un segno indelebile nella letteratura e nell’arte.
Ed ecco un nuovo profilo per Tutte le sfumature del rosa… sto parlando di Jean Webster. Il cui nome potrebbe risultare quasi sconosciuto ai più. Un’altra scrittrice e un altro personaggio femminile di forza notevole. Ma, anche se il nome può apparire semi-sconosciuto, quasi tutti saranno a conoscenza del suo romanzo più famoso: Daddy-long-legs (Papà Gambalunga). Dico quasi tutti perché se non è stato possibile leggere il libro, molte persone avranno visto le diverse trasposizioni cinematografiche tratte da esso. A partire da quella del 1919, con Mary Pickford nel ruolo della protagonista Jeroshua. A quella del 1931, con Janet Gaynor e Warner Baxter. Una risale al 1935 con Shirley Temple e, la più famosa di tutte, quella del 1955, con Leslie Caron e Fred Astaire. Due, queste ultime versioni, però piuttosto dissimili in molti punti, dalla storia originale narrata nel libro. Inoltre è stata realizzata anche una serie animata giapponese nel 1990.
Una curiosità… esiste perfino un Fondo Papà Gambalunga in Giappone che sostiene i bambini che hanno perso il padre.
Jean Webster, al secolo Alice Jane Chandler Webster, nacque il 24 luglio del 1876 a Fredonia, New York. Era una giornalista e scrittrice. E mutò il suo nome da Alice a Jean durante college. Perché aveva una compagna di stanza anch’essa di nome Alice e da allora il suo nome rimase Jean. Tanto che Jean fu scelto come nome per la sua unica figlia.
Visse in una famiglia matriarcale. Con la bisnonna, la nonna e la madre. Tutte attiviste ferventi. La bisnonna era attivista nelle Società di Temperanza (associazioni che combattevano l’abuso del consumo di alcool e sostennero, in seguito, la promulgazione di condotte morali più rigide). La nonna si batteva per l’uguaglianza sociale e per il voto alle donne. La madre era la nipote del grande Mark Twain, di cui il padre, Charles Luther Webster, era agente ed editore. Sfortunatamente il padre morì suicida nel 1891. A quanto pare mai ripreso dal fallimento della sua casa editrice che durò solamente 4 anni, dal 1884 al 1888.
Jean si diplomò in arte cinese, si laureò in lettere. Si batté a lungo per il diritto all’istruzione e al voto alle donne. E per la loro affermazione sociale. Permeata dall’atmosfera familiare che l’aveva formata. Fu attiva in diverse associazioni umanitarie, soprattutto a tutela degli orfani. Tematiche queste che emergono in tutti i suoi scritti. Viaggiò molto sia nel suo Paese che in Europa e Asia.
papa-gambalungaIl romanzo Papà Gambalunga è stato pubblicato nel 1912 ed è probabilmente il libro più famoso della Webster. Narra le vicende di Jeroshua Abbott, una giovane orfana che trova un benefattore inaspettato. Fu un grande successo di pubblico, tanto che la stessa Webster ne trasse una commedia teatrale nel 1913, molto ben accolta dal pubblico. Il romanzo è piaciuto non solo per le tematiche sociali che tratta ma soprattutto per lo stile che contraddistingueva la scrittrice. Una cifra stilistica briosa, ironica e molto fluida. Tanto da farle scegliere la forma epistolare sia per questo romanzo che per quello successivo, Dear Enemy (Caro nemico). Pubblicato nel 1915, dove vengono narrate le vicende di Sallie McBride, amica di Jeroshua in Papà Gambalunga. E dove le tematiche femministe si sentono ancora maggiormente, senza che l’autrice abbandoni, però, la sua vena umoristica.
Jean Webster ebbe una lunghissima relazione segreta con l’avvocato Glenn Ford McKinney. Un uomo sposato, nonché fratello della sua amica Ethelyn. I due poterono convolare a nozze solo nel 1915, quando lui riuscì a ottenere il divorzio dalla prima moglie. Ma il matrimonio ebbe durata breve. Jean Webster si spense a soli quarant’anni. L’11 giugno del 1916 a causa di complicazioni insorte durante il parto della sua unica figlia.