L’approfondimento. La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, quando una pellicola diventa un trattamento…

Per la rubrica L’approfondimento anche oggi dedico questo spazio all’analisi di quel fenomeno che porta un libro a diventare pellicola. Romanzi che sono stati trasformati in films o, come nel caso di oggi, un trattamento che si è trasformato in pellicola. O per meglio dire una pellicola che si è trasformata in libro. Perché nel caso di La migliore offerta di Giuseppe Tornatore il percorso è stato inverso. Da un film ne è stato tratto un brevissimo libro, pubblicato da Sellerio. Ma non un romanzo, un breve libro che in sintesi non è altro che la pubblicazione di quello che tecnicamente viene definito un trattamento (nel cinema una sorta di stesura di poche decine di cartelle che amplia le scene e la struttura dei personaggi dopo il soggetto e prima della sceneggiatura vera e propria). Dove si può leggere a grandi linee la storia che viene raccontata nel film oltre a una prefazione, che è la parte più interessante del libro, in cui viene raccontato quando e come sono nati i due personaggi principali (nati in momenti differenti e sviluppati in due dimensioni diametralmente opposte della fantasia dell’autore) e quali meccanismi hanno portato alla loro unione. Una genesi molto lunga, a quanto sembra, quella di questo film capolavoro, resa difficoltosa dalla complessità delle due personalità apparentemente incompatibili ma che ha trovato il suo naturale sbocco in una trama nata spontaneamente.
La cosa che colpisce di più nelle parole di Tornatore è che il trattamento, solitamente steso a seguito di una possibilità di produzione, in questo caso è stato comunque scritto dal regista senza una vera possibilità di realizzare il film all’orizzonte. Quando si dice che una cosa deve comunque avvenire!
Il libro veramente minuscolo, direi quasi un abbozzo di trama, è in netta contrapposizione con l’intensità del film. E proprio del film vorrei parlare oggi. Perché anche il cinema è cultura.
Il sessantenne Virgil Oldman è un battitore d’aste rinomato e riconosciuto a livello internazionale, con un talento insuperabile nell’ottenere sempre la migliore offerta. Conduce una vita solitaria durante la quale nessuno ha mai avuto occasione di vederlo accanto a una donna.
Riservato, laconico, ama il lusso e le cose belle (soprattutto i capolavori dell’arte) ed è infarcito di paranoie tanto che non tocca nulla (nemmeno le persone) se non indossa un paio di guanti di cui è collezionista. Come è collezionista di ritratti di donna di altissimo valore artistico, ne possiede un numero talmente elevato da aver realizzato addirittura un caveau sotto la sua splendida e lussuosa casa, dove li conserva, prendendosi di tanto in tanto la gioia di sedersi ad ammirarli.
Un giorno riceve da Claire Ibbetson, giovanissima erede di una ricca famiglia, un incarico telefonico. La donna vorrebbe mettere in vendita il patrimonio della famiglia ormai scomparsa ma chiede esplicitamente che ad occuparsi della faccenda sia Virgil Oldman in persona.
Comincia così la storia di un uomo che si ritroverà a modificare un’esistenza ormai consolidata e nella quale trova la sua sicurezza più profonda, giorno dopo giorno per inseguire una voce (perché Claire Ibbetson, per un motivo o per l’altro, continua a negare la sua presenza e a comunicare con l’uomo solo attraverso un telefono prima e una porta chiusa poi).
La suadente voce della ragazza tesserà una trama che avvolgerà lo scontroso e solitario Virgil, facendo leva sulle sue debolezze e sul suo forse un po’ antiquato senso di protezione e di galanteria. Lei dichiara di non uscire dalla casa da ben quindici anni perché affetta da agorafobia (la paura degli spazi aperti e affollati), di vivere una vita solitaria quanto quella di Virgil ma non per scelta come è accaduto a lui. E lentamente il burbero battitore d’aste si ritrova a provare preoccupazione per una perfetta sconosciuta che lo porta a modificare fin nel profondo regole di vita che per Virgil erano granitiche. Abbandonerà l’utilizzo dei guanti, smetterà di tingersi i capelli e permetterà alla sua parte più umana e profonda di affiorare rendendolo vulnerabile e alla mercé della vita che ha sempre cercato di scansare.
Durante i numerosi sopralluoghi per catalogare i beni della famiglia Ibbetson, Virgil Oldman incontrerà anche un mistero ritrovando parti di un meccanismo che sembra essere di produzione molto antica. E seguendo questi due filoni, la storia sentimentale e il mistero, la trama del film si snoda rivelando un nuovo volto del noto regista Giuseppe Tornatore, diventato famoso soprattutto per il successo di Nuovo Cinema Paradiso, film che gli ha valso un Oscar, un BAFTA ed è considerato il suo capolavoro.
La migliore offerta è un film fruibile anche dal vasto pubblico ma interessante per un occhio più attento ai dettagli e sensibile alle trasformazioni artistiche che inevitabilmente colpiscono i grandi artisti (tra cui anche i registi). Un Tornatore differente e maturo che ha dato prova delle sue doti (ancora una volta) di regista e sceneggiatore, scrollandosi di dosso una sicilianità che sembrava ormai imposta.
La migliore offerta si basa su un meccanismo narrativo sfruttato ma sempre funzionante, il celarsi per far crescere l’interesse nell’altra persona, lo sfuggire al contatto, fino allo svelarsi, al momento giusto, quando l’altra parte è ormai pronta per accogliere e ha abbandonato ogni difesa. Il gioco della seduzione, insomma, il mistero che da sempre avvolge i rapporti sentimentali, il mistero che, in questa pellicola, si sovrappone all’altro mistero: cosa sono e a cosa servono le parti del meccanismo trovato nella villa degli Ibbetson?

La migliore offerta è un gioco a incastro, i pezzi che si ritrova tra le mani Virgil si incastrano uno dopo l’altro, uno nell’altro, costringendo però la sua anima a diventare vittima di sentimenti e passioni umane. I due misteri si sovrappongono ma entrambi verranno svelati aprendo gli occhi al misantropo Virgil Oldman che scoprirà la vita reale, quella che ha sempre voluto ignorare rifugiandosi nella sua passione per l’arte.
Un passaggio di formazione per diventare adulti, in sintesi, purtroppo però, quello per diventare adulti, quando si hanno superato i sessant’anni, potrebbe essere un passaggio molto doloroso.
L’ambientazione geografica de La migliore offerta è stata volutamente lasciata in sospeso (le riprese del film hanno avuto luogo a Trieste, Roma, Milano, Fidenza e alcune scene a Praga e Vienna, anche se la produzione è inglese e il film originale è stato girato in lingua inglese), a parte i nomi di richiamo anglosassone infatti non viene mai citato il luogo dove si svolgono i fatti, ad eccezione del ristorante a Praga che dichiara Claire unico luogo dove potrebbe recarsi nonostante la sua fobia. Mentre per la residenza che nella pellicola era dalla famiglia Ibbetson è stata utilizzata la villa Colloredo Mels Mainardi, situata a Gorizzo di Camino al Tagliamento in provincia di Udine. Il bar antistante, che per le riprese è stato allestito in una casa disabitata e smantellato alla fine del film, si trova invece nella città di Trieste. Con la tecnica del bluescreen (o Chroma Key, tecnica di elaborazione video che permette di bucare un determinato colore per sostituirlo con altra immagine) è stato possibile dare l’impressione che la villa e la parte esterna del cancello fossero realmente nello stesso luogo.
Una fotografia elegante che evoca in alcuni passaggi la drammaticità della trama è stata accompagnata dalle musiche del grande Ennio Morricone ed entrambe hanno contribuito anche a sottolineare i silenzi che, in alternativa ai dialoghi a volte minimalisti, spesso sottolineano la solitudine interiore dei personaggi.
Gli attori si sono dimostrati all’altezza dei ruoli impegnativi che hanno dovuto ricoprire, sopra a tutti la convincente interpretazione dell’australiano Geoffrey Rush (Virgil Oldman) dotato anche del physique du rôle adatto al ruolo di intellettuale e di misantropo solitario. Di formazione teatrale può vantare una carriera densa di successo e riconoscimenti, tra cui un Oscar e diverse nomination anche per il Golden Globe e il BAFTA Awards.
Accanto a Geoffrey Rush recita la modella e attrice olandese Sylvia Hoeks (Sylvia Gertrudis Martyna Hoeks) che per La migliore offerta ha ricevuto un riconoscimento internazionale e che, nonostante la giovane età, vanta già un discreto curriculum cinematografico di rilievo (anche televisivo). La Hoeks si è dimostrata all’altezza della parte trasmettendo al pubblico l’altalenante umore che contraddistingue le persone affette da fobie come quella della protagonista, alternando momenti di stizza e rabbia a momenti di terrore puro.
Altra figura chiave nella pellicola e nella vita di Virgil Oldman è Robert, giovane e disincantato amico del protagonista, geniale e di gran successo con il gentil sesso non lesina consigli all’attempato gentiluomo contribuendo a nutrire il sentimento che lui prova per Claire. Il ruolo è stato affidato all’attore britannico Jim Sturgess che rende perfettamente la parte del genio restauratore di marchingegni meccanici e che ha a cuore il buon esito del corteggiamento che Virgil Oldman dedica a Claire. Nonostante la giovane età Jim Sturgess ha iniziato la sua carriera di attore molto presto e ha proseguito quasi per caso alternandola alla sua attività di musicista per passione, dote che nel 2005 gli ha permesso di essere notato da Hollywood. Da quel momento ha cominciato a recitare anche accanto ad attori del calibro di Ray Liotta, Harrison Ford e attrici come Nathalie Portman e Scarlett Johansson.
Ottima, come sempre, l’interpretazione di Donald Sutherland, mostro sacro della recitazione, che in questa pellicola ricopre il ruolo di un pittore stroncato dalla spietatezza di Virgil Oldman che inspiegabilmente, anche se una spiegazione in fondo esiste, resta al fianco del battitore diventando addirittura il suo complice nelle truffe per aggiudicarsi i pezzi più interessanti a prezzi da migliore offerta durante le aste.
Il film, in ultima analisi, merita di essere visto soprattutto per chi vuole accostarsi a un Tornatore che mostra un volto nuovo. Coinvolge emotivamente soprattutto quel tipo di pubblico che ama le storie umane e intime, la costruzione della trama è vincente e si ha l’impressione di respirare il mondo dell’arte di alto livello.
Non da ultimo bisogna segnalare l’atmosfera elegante e la scelta del regista di anteporre il mondo di Virgil Oldman rarefatto e immobile nel suo lusso statico e freddo alla vita caotica (almeno all’apparenza) del giovane Robert che lavora in una bottega piena di aggeggi e ingranaggi meccanici. L’antico, che non vuole abbandonare il passato, si confronta con il nuovo che corre verso il futuro.
Un film dove i veri protagonisti sono gli ingranaggi, sia materiali che metaforici. Ingranaggi che costruiscono l’automa di cui Virgil Oldman trova i pezzi e che porta la firma di Jacques de Vaucanson (un celebre inventore francese del XVIII secolo), ingranaggi che si incastrano per smontare e rimontare l’anima del protagonista per potersi adattare alla nuova visione della vita e dell’amore (fino a quel momento ignorato dallo stesso), ingranaggi che fanno da sfondo all’ultima scena del film, quando Oldman si ritrova a Praga, nel più volte citato ristorante, seduto a un tavolo in compagnia della sua solitudine, profondamente cambiato dall’inizio del film e in attesa. Un’attesa che forse durerà per il resto dei suoi giorni.
E dopo aver letto questa analisi sono certa che i lettori concorderanno con me sul fatto che da un film di questo livello si sarebbe potuto realizzare un libro altrettanto corposo, articolato, denso e intenso. Peccato che il volume sia solo una sorta di canovaccio perché questa pellicola poteva diventare una trama decisamente interessante.

La bella e la bestia, una favola senza tempo dove la donna è protagonista… dal libro al cinema e non solo…

E anche oggi la rubrica affronterà quel fenomeno che porta un libro a diventare pellicola. E la scelta, questa volta, è caduta su un classicissimo non solo della letteratura ma anche delle favole. La bella e la bestia. Fiaba classica diventata famosa nella versione del 1756 di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, ancora oggi la più letta, anche se la prima versione edita della fiaba (probabilmente derivante originariamente da un racconto contenuto ne L’Asino d’oro di Apuleio dal titolo Amore e Psiche), fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve del 1740.
La versione originale della storia di Bella e la Bestia di Madame de Villeneuve era infinitamente più ampia e complessa di quella ridotta di Madame de Beaumont, constava di quasi 400 pagine e all’interno vi erano narrate tutte le vicende familiari e sociali che avevano portato Bella e il Principe (la Bestia) al momento del loro incontro, inoltre dipingeva una pesante denuncia della condizione della donna nella società del tempo, dove le donne erano costrette a sposarsi per convenienza, spesso senza amore e con personaggi peggiori della Bestia stessa. Buona parte della storia era incentrata sulle descrizioni delle guerre tra streghe e re che compongono l’intero romanzo e rendeva l’atmosfera e gli ambienti (lo stesso castello) oscuri e permeati di molta più magia di quanta ne è arrivata a noi attraverso le versioni successive. Madame de Beaumont ha rielaborato la storia sfrondandola dei personaggi secondari ed eliminando tutto il pregresso familiare, ne ha reso una versione ridotta e semplice ma non snaturata del senso profondo della storia d’amore che fondamentalmente è ciò che è arrivato ai giorni nostri di questa favola.
Tutte le versioni successive di Bella e la Bestia, sia letterarie che cinematografiche, furono costruite prendendo come punto di riferimento la versione di Madame de Beaumont. Cosa che ha fatto anche Jean Cocteau nella versione cinematografica in bianco e nero del 1946 che ho selezionato per la mia analisi di oggi. La versione di Jean Cocteau, a parte qualche piccola modifica ha rispettato quasi integralmente la versione originale della favola.
Siamo in Francia nel XVII secolo. Un ricco mercante, ormai finito in disgrazia, ha tre figlie di cui due (Felicia e Adelaide) ambiziose e vendicative, si concedono di vivere come se la famiglia fosse ancora opulenta puntando a un matrimonio di alto livello. Bella, la terza figlia, al contrario è umile e di animo nobile e sembra l’unica a preoccuparsi del destino del padre e a non risentire delle condizioni di povertà in cui la famiglia versa, tanto da non lamentarsi mai nonostante sia ridotta a fare da serva alle sorelle. E poi c’è un fratello, Ludovico, perdigiorno e giocatore totalmente disinteressato alla difficile situazione, tanto da indebitarsi con un usuraio (mettendo addirittura a garanzia i mobili del padre che, puntualmente, finiranno nelle mani dell’usuraio) e da trascorrere le sue giornate con l’amico Armando (nella versione originale Avenant cioè Splendore), quest’ultimo altrettanto fannullone ma profondamente innamorato della di lui sorella minore, Bella, tanto da chiederla ripetutamente in sposa e da essere sistematicamente rifiutato da lei. Il mercante annuncia alle figlie che forse il loro destino è mutato e lui deve recarsi in città perché una delle sue navi, date tutte per disperse insieme ai carichi, sembra abbia fatto ritorno in porto. Felicia e Adelaide, dall’alto della loro cupidigia, chiedono al padre regali preziosi al suo ritorno, mentre Bella chiede semplicemente una rosa perché nella regione in cui vivono non ne crescono. Il mercante si reca in città con il miraggio di poter risollevare la sua situazione finanziaria con la nave rientrata, ma proprio di miraggio trattasi perché la nave ha sì fatto ritorno in porto, ma del carico non è rimasto nulla perché tutto è stato impiegato per pagare i debiti pregressi dell’uomo. Il mercante decide di fare ritorno a casa ma durante la notte finisce con il perdersi nella foresta e incappare in un castello che sembra disabitato ma dove viene accolto trovando la possibilità di rifocillarsi e di riposare insieme al suo cavallo.
Il mercante approfitta dell’ospitalità del misterioso proprietario del castello ma non incontra nessuno, né un nobile né, tanto meno, servitù o persone di qualsiasi genere. Ciondolando per il giardino, prima di ripartire verso casa, vede una splendida rosa e la coglie. In quel momento appare il suo ospite sotto le sembianze di un’orrenda bestia che decreta la sua morte per aver approfittato della sua ospitalità ricambiando con il furto di un bene prezioso come una delle sue splendide rose. Lo grazia solo se in cambio una delle sue figlie è disposta a subire il macabro destino al suo posto, gli dona un cavallo fatato che lo accompagnerà a casa e resterà in attesa di riportare lui o una delle sue figlie al castello. Il mercante fugge in sella al destriero bianco e fa ritorno a casa, raccontando poi ai figli ciò che gli è accaduto. Bella non vista decide di prendere il posto del padre, convinta che ciò sia accaduto solo per il suo stupido desiderio di possedere una rosa. Sale in groppa al destriero e si ritrova ben presto al castello dove incontrerà la bestia e il suo destino.
Il resto della trama è più o meno storia conosciuta, a eccezione forse del finale che, nel caso della pellicola di Cocteau prende una svolta leggermente differente dall’originale. Naturalmente il lieto fine è assicurato, come in tutte le favole che si rispettino, ma la magica trasformazione da Bestia in Principe in questo caso si avvale di modalità differenti. Innanzitutto Cocteau ha totalmente eliminato il famoso bacio, il cosiddetto bacio del vero amore, al quale si è ricorso in moltissime versioni della fiaba per la trasformazione, ma ha adottato una sorta di trasposizione e scambio tra Armando e la Bestia.
Facendo un passo indietro bisogna dire che Ludovico e Armando si sono recati al castello per uccidere la Bestia e, soprattutto, impossessarsi dei suoi averi ma tentando di entrare nel famoso padiglione di Diana (dove Bestia ha confessato a Bella essere nascosti tutti i suoi averi) Armando viene colpito da una freccia scoccata dalla statua della Dea stessa. Colpito da quella freccia muore trasformandosi a sua volta nella Bestia che, nel frattempo, si alza in piedi (con un effetto speciale, purtroppo bisogna dirlo, veramente ridicolo) e ha le sembianze di Armando. Una sorta di creazione del Principe Azzurro fatto su misura per Bella, con le sembianze e l’avvenenza di Armando (l’amore estetico) e il carattere e la personalità della Bestia (l’amore profondo dell’anima), insomma un Signor Uomo Giusto fatto su misura (e poi si dice che la bontà non viene ripagata). Il film si conclude con i due che si confessano il reciproco amore e un volo (letteralmente parlando) verso il cielo e le nuvole per raggiungere il regno del Principe. Cocteau ha scelto di concludere il film con un volo vero e proprio (i due si abbracciano e si alzano da terra attraversando le nuvole) probabilmente dando alla scena una valenza profondamente simbolica (il vero amore ha vinto e si eleva sopra tutto e tutti per distaccarsi dalle cose terrene, insomma una specie di e vissero felici e contenti alternativo e fantastico, onirico e visionario).
La Bella e la Bestia di Jean Cocteau viene considerata una tra le più belle pellicole realizzate, che hanno rappresentato questa favola rimaneggiata ormai in tutte le salse e in tutte le versioni. A livello letterario esistono migliaia di tipologie di libri, sia per bambini che per adulti, ma anche la settima arte ha dato un contributo notevole alla diffusione di questa immortale storia d’amore, la più recente in ordine di tempo è quella francese di Christophe Gans, uscita nel 2014, con Léa Seydoux e Vincent Cassel (anche questa versione ha apportato qualche modifica alla versione originale soprattutto per quanto riguarda i personaggi e, mi permetto di esprimere un’opinione del tutto personale, devo dire mi ha deluso non poco). Ne sono state realizzate pellicole di tutti i tipi e nelle versioni più fantasiose, senza escludere le pellicole animate, anche loro spesso rimaneggiate e modificate, tra cui la più famosa è stata quella della Disney del 1991 che è entrata a far parte dell’immaginario collettivo ed eletta a rappresentante della versione più fedele della storia originale anche se, nella versione animata, sono state apportate diverse modifiche alla favola tra cui alcune prese direttamente dal film di Cocteau (vedi il pretendente di Bella che nella versione animata si chiamava Gaston e nella fiaba originale non è mai esistito). La Bella e la Bestia, inoltre, è stata rivisitata anche per la televisione, ne sono state create alcune serie TV, tra cui quella realizzata negli Stati Uniti tra il 1987 e il 1990 Beauty and the Beast, con Linda Hamilton e Ron Perlman e (sempre made in USA) Beauty and the Beast con Kristin Kreuk e Jay Ryan. Entrambe le serie, pur mantenendo il messaggio di fondo, hanno completamente snaturato la versione originale trasportandola in epoca moderna.
Il senso profondo di questa storia, però, indipendentemente dal numero di versioni (e di modifiche apportate) non cambia ed è l’elisir di lunga vita de Bella e la bestia, non solo l’atavica guerra tra il bene e il male viene sempre vinta dal bene (e chi ha fatto del male deve pagare per le proprie colpe, elemento comune di tutte le versioni) ma il messaggio profondo e intenso è quello di scavare sotto la superficie, non fermarsi alle apparenze, anche dietro a un aspetto mostruoso si può nascondere un’anima pura come un giglio. Ed è il messaggio che anche Jean Cocteau ha voluto trasmettere con questo suo piccolo gioiello della cinematografia, firmandolo con la sua cifra stilistica, dedita alla cura dei particolari e intellettuale, che contraddistingueva tutti i suoi lavori (da quelli letterari a quelli cinematografici), perché questo era, in sintesi Jean Cocteau, un intellettuale, versatile, eclettico, complicato e forse per certi versi poco comprensibile ma pur sempre geniale.
La Bella e la Bestia di Jean Cocteau è stato presentato alla prima edizione del Festival di Cannes (svoltosi dal 20 settembre al 5 ottobre 1946) e nello stesso anno vinceva il prestigioso premio cinematografico Louis-Delluc. Il regista scrisse anche la sceneggiatura di questo film ma durante le riprese dovette essere sostituito da René Clément (regista pluripremiato e molto attivo all’epoca) perché un fastidioso attacco di psoriasi lo costrinse a un ricovero ospedaliero inaspettato.
La fotografia della pellicola è stata affidata a Henri Alekan, che aveva un talento particolare per passare dal realismo alla poesia e che ha collaborato a lungo anche con Clément, un professionista in grado di essere al servizio del regista e, anche ne La Bella e la Bestia, ha dimostrato la sua capacità di creare effetti spettacolari giocando solamente con luci e ombre, creando pathos e suggestioni che non possono lasciare indifferente, aiutato indubbiamente dalle musiche di Georges Auric, che da bambino prodigio diventò un eclettico compositore e creatore di colonne sonore diventate famose anche a Hollywood. La commistione di questi due talenti (la fotografia di Alekan e la colonna sonora di Auric) unita alla magia, che inevitabilmente suscitano le pellicole girate in bianco e nero, supporta i passaggi interiori dei protagonisti e i loro profondi turbamenti e sentimenti.
La scenografia di La Bella e la Bestia non è per nulla banale. Alcune scelte, chiaramente firmate da Christian Bérard che aveva abbracciato uno stile neo-romantico disdegnando gli stili d’avanguardia e innovativi, sembrano apparentemente minimaliste (vedi il salone e la scalinata senza corrimano che porta alle stanze, sempre chiuse, di una sorta di piano superiore) e in netto contrasto con quello che era all’epoca lo stile anche degli arredamenti, al contrario aiutano a vivere la tensione della storia senza distogliere attenzione da uno sfondo troppo sfarzoso. La scelta degli esterni del castello (quasi in decadimento) è stata probabilmente adottata con lo scopo di rappresentare, quasi in modo speculare, l’anima interiore del protagonista che ha accettato la sua prigione e sta lentamente abbandonando l’idea di potersene un giorno liberare.
I costumi, creati dalla Maison Paquin e Pierre Cardin, sono credibili (consideriamo che è stata data una connotazione storica ma stiamo sempre parlando di un racconto che è favolistico e pertanto lascia la libertà a una eventuale deroga dalla precisione storica), molto ben fatti e idonei a permettere allo spettatore di identificare immediatamente la condizione dei personaggi (sia culturale, che sociale).
Indubbiamente merita un plauso speciale il trucco della Bestia interpretata da (che recita anche nel ruolo di Armando e del Principe). L’attore doveva indossare un abito fatto in vera pelliccia di animale, attaccato al corpo con collanti che ne rendevano estremamente difficile il distacco a fine riprese, costringendo Marais a incredibili torture giornaliere sia per il costume che per il trucco, per il quale si doveva sottoporre a ben cinque ore di sala trucco per rendere il personaggio.
Gli effetti speciali ne La Bella e la Bestia sono indubbiamente buoni (considerando le possibilità dell’epoca) e a tutt’oggi di un certo effetto. Alcune scene sono state realizzate facendo girare la pellicola al contrario e rimontate nel verso opposto per poter dare l’effetto desiderato, ad esempio la scena in cui il padre di Bella entra nel castello e le candele si accendono da sole al suo passaggio è stata realizzata facendo camminare l’attore all’indietro spegnendo al contempo le candele, per poi rimontarla al contrario, un trucco che ad un occhio attento non sfugge perché se si osserva bene la scena successiva, nel camino le fiamme ardono al contrario. Con lo stesso trucco è stata girata anche la scena in cui Bella esce dalla parete tornando a casa grazie al guanto magico di cui la Bestia le fa dono.
La recitazione denuncia un po’ il tempo che è trascorso dalla realizzazione di questa pellicola. Jean Marais e la giovane Josette Day sono ottimi nelle loro parti ma, come era comune all’epoca, un po’ forzati e teatrali soprattutto nei momenti di pathos e struggimento interiore (vedi gli svenimenti di Bella o quando la fanciulla si tormenta per non dare un dolore alla Bestia continuando a rifiutare di diventare sua moglie, per non parlare della furia trattenuta della Bestia quando urla alla giovane di non guardarlo negli occhi perché non riesce a sopportare il suo sguardo), il tutto è naturalmente supportato da una buona sceneggiatura ma chiaramente datata nei dialoghi che oggi potrebbero suonare un po’ falsi.
Naturalmente il tutto deve essere contestualizzato con il periodo di realizzazione della pellicola e lo stile tipico che era la scelta di Jean Cocteau, in questo caso molto lontana dalla rappresentazione realistica di eventi ed emozioni, una narrazione permeata di teatralità e forti passaggi interiori, il tutto condito con simbolismi quasi onirici per rafforzare il messaggio di fondo (per esempio quando Bella al capezzale del padre piange diamanti e ne fa dono al genitore, a simboleggiare che l’anima della fanciulla è talmente pura e preziosa da diventare un tesoro tangibile e reale).
Un film, questo La Bella e la Bestia, che meriterebbe una visione e un’analisi approfondita ma che, volendo, si presta anche a una lettura più leggera, dove è perfettamente riuscita la valorizzazione degli elementi presenti nella fiaba originale come la magia, i buoni sentimenti e il sogno. Il bene vince e l’amore trionfa su ogni tipo di male o cattiveria. Insomma una versione della favola classica leggermente modificata o implementata di elementi che, peraltro, sono stati poi ripresi in altre versioni tra cui quella disneyana, ma che non delude, anzi offre nuovi spunti di interpretazione per una trama che ha resistito per secoli ed è destinata a resistere imperitura nel tempo.

L’approfondimento. La serie del Barlume di Marco Malvaldi, dalla carta stampata alla fiction televisiva

approfondimento

Oggi dedichiamo questo spazio della nostra rubrica L’approfondimento all’analisi di quel fenomeno che porta un libro a diventare pellicola e, di conseguenza, immagini. Romanzi che sono stati trasformati in films o, come nel caso di oggi, in fictions. E vogliamo parlare in particolare della serie del Barlume (composta da sette romanzi) del talentuoso Marco Malvaldi. Che è stata trasformata nella fiction televisiva I delitti del Barlume. Sei films televisivi trasmessi nel 2013 su Sky Cinema. Con il bravo Filippo Timi, già conosciuto nel fortunato Saturno contro di Ferzan Özpetek, qui nel ruolo del protagonista Massimo Viviani. E con la partecipazione, nel ruolo di comparse, di tutta la cittadinanza di Marciana Marina, sull’isola d’Elba, trasformata in set televisivo per diversi mesi.
marcomalvaldiAncora due parole sulla trama prima di lasciare spazio alla penna di Mario G. Rossi con il suo approfondimento.
Massimo Viviani è un barista toscano dal carattere scontroso. Divorziato da poco si ritrova a indagare su alcuni misteriosi delitti avvenuti nella sua cittadina. Coprotagonisti sono quattro arzilli vecchietti, avventori fissi del suo bar, che lo aiutano a trovare spunti per le sue investigazioni.

I delitti del Barlume, approfondimento a cura di Mario G. Rossi

trilogiadelbarlumeHo trovato la riduzione televisiva tratta dai godibilissimi romanzi di Marco Malvaldi, a mio avviso, troppo semplicistica e non proprio attinente per ciò che riguarda i personaggi.
Il protagonista, Massimo Viviani, di viva intelligenza, laureato e barista per scelta di vita. A differenza del personaggio descritto dall’autore, giovanotto analitico e deduttivo, viene traslato nella fiction come personaggio, sì deduttivo nell’analisi dei crimini, ma molto adolescenziale nella vita quotidiana e nei rapporti con l’altro sesso.
I quattro protagonisti, i vecchietti presenti in ogni occasione, sono stravolti. In particolare la figura del nonno, che nella serie diventa lo zio e che viene poi fatto morire. Gran peccato perché nei romanzi è una figura decisamente incisiva di gran toscanaccio.
Le vicende sono semplici. I reati sono seguiti da una signora commissario, letterariamente molto piacevole ma televisivamente non convincente e arruffona.
E per concludere mi permetto di segnalare Aria di chiuso, un altro romanzo dell’ottimo Marco Malvaldi.